Che cos’hanno avuto in comune Andrea Camilleri, Luciano De Crescenzo e Francesco Saverio Borrelli, passati a miglior vita in questo torrido luglio 2019? Presto detto: l’incenso mediatico. Per qualche giorno, infatti, è stato tutto un turibolare a reti unificate. E, così, in poche ore, prima ancora di essere tumulati, i tre defunti, dipinti come privi di umane debolezze, mondi da ogni peccato, esemplari nel loro cammino terreno, hanno raggiunto la santità. Laica, s’intende. Perché quella cattolica mica te la danno subito, anzi. Arriva solo dopo un lungo processo di canonizzazione. Che parte a cinque anni dalla morte. Richiede l’avvenuta manifestazione di un miracolo per ricevere il titolo di beato. E di un secondo miracolo post beatificazione per traguardare la santità. 

Così, Paolo VI, morto il 6 agosto 1978, è stato proclamato santo 40 anni dopo, il 14 ottobre 2018. Giovanni XXIII ha dovuto attendere addirittura 51 anni: morto il 3 giugno 1963, siede tra i santi pro gratia (manca il miracolo post beatificazione) dal 27 aprile 2014. Stesso giorno in cui è stato proclamato Giovanni Paolo II, morto il 2 aprile 2005: il suo, quindi, è stato il processo di canonizzazione più veloce, ma ha richiesto pur sempre nove anni. Direte: ma che cosa c’entra il diritto canonico con figure laiche come Camilleri, De Crescenzo e Borrelli? Nulla, per carità. Però fa riflettere che, come loro tre, tutti i personaggi morti negli ultimi tempi, da Sergio Marchionne a Marella Agnelli, da Franco Zeffirelli a Niky Lauda, abbiano avuto, appunto, solo coccodrilli (così si chiamano, in gergo giornalistico, i ritratti post mortem) istantaneamente santificanti. È ormai rarissimo, infatti, leggere o ascoltare voci critiche su chi ha varcato la linea. E anche visivamente emerge una carenza di sobrietà: facendo prevalere la quantità del contenuto sulla qualità, al defunto celebre si riservano, minimo, quattro pagine di giornale rigorosamente agiografiche, senza se e senza ma. Rendendo, in realtà, un pessimo servizio al de cuius e al lettore. Chissà, se fosse ancora tra noi, quali pensieri potrebbe ispirare tale nouvelle vague mediatica a Indro Montanelli, abituato a parlar chiaro non solo dei vivi, ma anche dei morti, come ben dimostra questo suo ritratto di Sandro Pertini: "Pertini aveva fiuto del pubblico, ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. Ma in sette anni di presidenza di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava o non si accorse, o preferì non accorgersi. Comunque un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Non c’è da vergognarsi di avere avuto un presidente come Pertini, ma non vedo cosa ci sia da ricordarne".

Altro che incenso! Montanelli preferiva il curaro. Non a caso una sua fortunatissima creazione giornalistica fu il breve e velenoso corsivo quotidiano di prima pagina battezzato, appunto, Controcorrente. Oggi, caro Indro, controcorrente com’eri tu non c’è più nessuno. Tutti accomodati sul carro (funebre) del vincitore.