Ci auguriamo di sbagliare. Ma nel programma del governo giallo-rosso, a maggior ragione dopo le prime diatribe sulle grandi opere, non ritroviamo quel colpo d’ala, quella idea-guida, quel progetto per il Paese capace di dare una svolta alla ripresa del sistema produttivo italiano. 

Eppure, è proprio sulla crescita della nostra asfittica e stagnante economia, sulla possibilità di dare innesco a un rilancio che non sia un fuoco fatuo, che si gioca in modo decisivo la sorte del nuovo esecutivo. 
L’Italia che lavora e che produce vive da troppi anni dentro un vortice di promesse non mantenute, di annunci non realizzati, di speranze ingannate. Il risultato non è solo lo zero piatto del Pil che registriamo in questi mesi e con il quale chiuderemo l’anno. Il risultato è il declino della seconda manifattura d’Europa, lo sfibramento della competitività di quelle migliaia di multinazionali tascabili che hanno fatto il successo, e continuano a farlo sia pure tra crescenti difficoltà e ostacoli, del Made in Italy. Il risultato è un sistema industriale e di attività terziarie che, di bivio in bivio, è stato sospinto verso curve e tornanti in salita invece che verso autostrade a scorrimento veloce. 

Insomma, nessuno contesta che il taglio del cuneo fiscale non sia un’operazione meritoria e che non sia opportuno che i vantaggi finiscano nelle buste paga dei lavoratori. Ma non saranno certo quei 5 miliardi di euro che si vogliono utilizzare per la misura a fare la differenza o a dare quel colpo di acceleratore indispensabile per far uscire l’Azienda Italia dalle sabbie mobili della crescita negativa. 
Non vogliamo ricorrere a formule altisonanti come Piano Marshall o simili, ma è del tutto evidente che, una volta esclusa una manovra significativa e imponente di taglio delle tasse per imprese e cittadini, non si può non imboccare la via maestra di un epocale piano di investimenti pubblici di stampo keynesiano, che mobiliti energie, risorse, intelligenze, competenze per far ripartire il Paese come nel Dopoguerra. Con l’ottimismo della volontà possiamo augurarci che ci si muova in questa direzione, ma con il rigore della ragione vediamo segnali che non lasciano ben sperare.