Roma, 17 Aprile 2018 - Oggi, o al massimo domani, il presidente della Repubblica dovrà tradurre le sue valutazioni in un atto che, comunque sia, segnerà l’avvio vero della nuova stagione politica, determinandone il destino. Sergio Mattarella, però, non ha un compito facile e i leader dei partiti e dei movimenti non lo hanno aiutato. Anzi, se possibile, hanno ampiamente complicato la soluzione del rebus governo. Dalle doppie consultazioni non è emerso un percorso né lineare né frastagliato verso la formazione di una maggioranza parlamentare. Ma il capo dello Stato sa che oltre non si può andare: sono passati più di 40 giorni dal voto del 4 marzo, un tempo che l’opinione pubblica considera già eccessivo e il cui scorrere vano ha irritato anche il Quirinale. Un terzo giro di colloqui non è nell’ordine delle cose possibili.

Dunque, il presidente non attenderà certo l’esito del voto del Molise e meno ancora quello del Friuli per decidere la sua prima mossa. Mattarella, però, ha di fronte a sé un dilemma da sciogliere. Affidare un incarico esplorativo al presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, o incaricare direttamente Matteo Salvini perché tenti di formare un esecutivo. Nel primo caso, come osserva qualcuno, il capo dello Stato farà un «regalo» alle forze politiche, concedendo un surplus di tempo per trovare una soluzione: la numero uno di Palazzo Madama, infatti, finirà per svolgere il ruolo di «inviata del Colle» senza avere l’obiettivo di raggiungere un traguardo e senza rischiare politicamente e istituzionalmente niente, avendo il solo dovere di riferire l’esito delle sue, ulteriori, consultazioni. Nel secondo caso, invece, il presidente punterà dritto a rendere visibili le contraddizioni interne al centrodestra e nel rapporto con i 5 Stelle, forzando l’esito di un gioco che non potrà essere a somma zero: perché o il leader leghista tornerà al Colle con una maggioranza parlamentare e, allora, avrà il via libera per far nascere il governo, o si brucerà. E a quel punto, comunque sia, si sarà arrivati a un primo snodo della crisi, che è un po’ la certificazione di quella chiusura di un forno accennata non a caso ieri da Luigi Di Maio. Con la conseguenza che da quel punto in avanti gli spazi di manovra si restringeranno per tutti e forse nessuno potrà dire di no al governo del presidente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA