Il fenomeno, finalmente e di nuovo!, ce lo abbiamo noi ferraristi. Si chiama Charles Leclerc e quello che ha combinato ieri a Monza entra di diritto negli annali dell’automobilismo.
Non starò a farla tanto lunga. Da Niki Lauda in poi, io gli eroi della Formula Uno li ho visti tutti. Da Villeneuve padre a Schumacher, passando per Senna e per Prost, fino alla generazione di Hamilton e Vettel.
Ebbene, fatico a ricordare una impresa come quella firmata nel Parco da Carletto, dinanzi ad una folla in delirio. Non è stata una corsa: è stata una agonia. Uno spasmo permanente. Una tortura lunga 53 giri.
Mi si inteneriva il cuore, curva dopo curva, rettilineo dopo rettilineo, vedendo quel ragazzo, che potrebbe essere mio figlio, in guerra con un’ansia che immagino dovessi spaccargli il sistema nervoso. Lo ammiravo ed ero più teso di lui!
Leclerc, in pratica e per capirci, ha disputato l’intero Gran Premio a ritmo di qualifica. Una cosa pazzesca, un prodigio ripetuto giro dopo giro. Avendo negli scarichi non uno qualsiasi, ma il Re Nero, lui, Hamilton il Cannibale.
Ci sono istanti che cambiano la percezione di un momento storico, ci sono attimi che modificano il corso delle cose. Quando il Principe di Montecarlo, anche con cattiveria, ha tenuto dietro la Mercedes, insomma, nell’aria si coglieva quasi il senso di una rivoluzione annunciata.
Carletto, lo penso e lo scrivo senza pudore, è il primo fuoriclasse dell’era digitale. Ha portato in Formula Uno (e in Ferrari!) la cultura di un mondo nuovo, la spinta di generazioni freschissime, che infatti si identificano in lui, adorandolo.
A Monza, dove la Rossa non trionfava dal 2010, il Fenomeno ha aperto il libro dei miracoli. Miracoli che presto, spero, smetteremo di considerare tali. Perché diventeranno la norma.
E non più l’eccezione.