C’è una poesia della Szymborska, Nobel della Letteratura, ‘Fotografia dell’11 settembre’, che sigilla il volo immortalato da una foto, di alcune povere vittime delle Twin Towers, che si buttarono giù dai loro piani per evitare di morire nel fuoco correndo incontro a una diversa morte. La poetessa polacca le coglie capriolare per aria, pochi istanti prima della fine, ma ancora vive: "Solo due cose posso fare per loro/ descrivere quel volo/ e non aggiungere l’ultima frase".

Anche la Poesia si ferma davanti alla furia della Natura che si scatena, improvvisa, spaventosa nella sua potenza tanto da raffigurare per Kant il ‘sublime’ e cioè quel che è grande al di là di ogni possibile paragone e ti annichilisce. Accade di provarlo davanti a uragani, terremoti, naufragi, tsunami e, come nel caso dello Stromboli, con eruzione di vulcani. Le reazioni di coloro che si gettano in mare, a Stromboli, davanti al fuoco, ponendo a un altro rischio la vita, rammentano quelle degli americani in caduta libera dalle due torri. Cosa scatta in quei momenti? Quale demone si impossessa della mente e la costringe a gesti inimmaginabili?

Penso sia la forza della paura che va a scegliersi un’altra morte nella morte, come estremo atto di libertà o di follia, difficile dirlo perché i due estremi si toccano nell’indicibile. Ma con la speranza inconfessabile che arrida fortuna a quel gesto di terrore, come estrema strategia di salvezza. Non atti eroici, come quello di Plinio il Vecchio, durante l’eruzione del Vesuvio, che si sacrificò per la scienza e poter strappare alla Natura i suoi segreti. Certamente però atti che trascendono la la ragione, e dimostrano quale energia disumana davanti alla possibilità della morte, scatti nei più timidi come nei più avventurosi, trasformando una vacanza estiva, in un’isola meravigliosa, in un inferno.