Difficilmente in un altro Paese sarebbe stato celebrato un processo come quello sulla trattativa Stato-mafia che da tredici anni avvelena il clima istituzionale, politico e giudiziario dell’Italia. 
La sentenza del processo d’appello di Palermo mette un paio di punti fermi. Le iniziative di due comandanti e di un alto ufficiale del reparto investigativo d’eccellenza dei carabinieri (uno dei tre, il generale Mori, ha catturato Totò Riina ricevendone come compenso accuse tremende) per acquisire da un uomo di mafia ( l’ex sindaco dc di Palermo Vito Ciancimino) informazioni utili ad arginare la sanguinosa guerra di Cosa Nostra contro lo Stato.

Le iniziative di due comandanti e di un alto ufficiale del reparto investigativo d’eccellenza dei carabinieri per acquisire da un uomo di mafia (l’ex sindaco dc di Palermo Vito Ciancimino) informazioni utili ad arginare la sanguinosa guerra di Cosa Nostra contro lo Stato erano una legittima, direi doverosa, attività d’indagine e non il tassello di un complotto ordito da uomini dello Stato contro lo Stato. Il fatto, pertanto, non costituisce reato. I mafiosi che il ricatto l’hanno tentato sono stati invece puniti a dovere.

Il secondo punto è che Marcello Dell’Utri non è stato il tramite della mafia con Berlusconi per ottenere dal suo governo favori illeciti a Cosa nostra. Perciò "non ha commesso il fatto".

In un Paese normale il processo non si sarebbe svolto perché gli investigatori possono muoversi liberamente in difesa dello Stato e non c’è un Berlusconi da togliere dalla scena con ogni mezzo. La condanna del 2018 era figlia di una procura che aveva portato sull’altare Antonio Ingroia, poi travolto dall’insuccesso politico, ma a suo tempo in grado di chiamare in causa Giorgio Napolitano e il suo braccio destro giuridico Loris D’Ambrosio, stroncato da un infarto. L’uso dei pentiti fu spregiudicato e guai a chi evoca il nome di Giovanni Falcone, che i pentiti li sapeva pesare al punto da mandare in galera Giuseppe Pellegriti che aveva calunniato Salvo Lima, tutt’altro che uno stinco di santo.

Nel 2000 la Cassazione assolse l’ex ministro Calogero Mannino, accusato di essere il fulcro politico del complotto e costretto agli arresti per 22 mesi e a una via crucis di quasi 30 anni. La sentenza di giovedì ha qui le radici e spazza via d’un colpo un‘altra pagina inquietante della storia italiana. La magistratura ha bisogno di riforme incisive. Quella del ministro Cartabia è solo l’antipasto.