Il noiso pendolare della politica, sempre sospesa tra voto e non voto, è stato interrotto in questi giorni dall’emergere di una faglia all’interno del Movimento 5 Stelle. Abbastanza inattesa. I grillini non sono mai stati un monolite ma ne avevano dato l’impressione, e la sconfitta del 26 maggio ha fatto solo riesplodere quanto i fuochi d’artificio della vittoria avevano nascosto. L’abbandono della senatrice Paola Nugnes ma soprattutto le battute di Alessandro Di Battista contro l’ex amico Luigi Di Maio e la messa in discussione del dogma dei due mandati, che è il grimaldello con il quale il capo politico sta controllando i propri gruppi parlamentari, hanno avuto l’effetto di un sasso nello stagno. Il carico da undici è stata poi la mano sulla spalla che Davide Casaleggio ha appoggiato proprio su Di Battista, con un’inedita intervista pubblica solo in parte e tardivamente ridimensionata. Può darsi che Casaleggio abbia voluto rispolverare Di Battista per non appiattirsi sulla linea governista che nel confronto con Salvini stava mettendo in difficoltà il Movimento, quindi per una esigenza tattica, oppure può anche aver inteso riprendere una narrazione più identitaria, quella del 32 per cento. Lo vedremo a breve. In ogni caso l’affiorare di questa conflittualità a Cinquestelle non potrà che scaricarsi sul governo e imbalsamarne ulteriormente l’azione, già a rilento per i veti incrociati con la Lega. Non una bella situazione. Bene che vada crescerà l’immobilismo.

Anche perché di fronte al possibile accerchiamento, difficilmente Di Maio starà con le mani in mano. Avendone peraltro gli strumenti. Chi all’interno del Movimento pensa di metterlo sbrigativamente nell’angolo si sbaglia. Non tanto per la carica di capo politico, quanto per la posizione di Di Maio stesso nel sancta sanctorum a Cinquestelle. Quando si è trattato di trovarsi davanti a un notaio milanese nel dicembre 2017 per fondare l’associazione Movimento 5 Stelle, non c’erano Fico o Di Battista, e neppure Grillo. A firmare erano in due, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. E quelle firme, al momento opportuno, pesano.