Non usciremo migliori dalla pandemia: e questo lo abbiamo accertato e accettato con più o meno consapevolezza da settimane, se non da qualche mese. Ma, almeno, cerchiamo di uscirne con qualche lezione per il futuro. Una delle più significative non potrà non riguardare il rapporto tra lo Stato centrale e le regioni. Perché, al di là degli indici scientifici, è apparso ben evidente che l’incertezza, la confusione, la superficialità, l’approssimazione del confronto-scontro tra centro e autonomie regionali sono state cifre significative di questa terribile emergenza. Tanto che ancora oggi, a poche ore dalla conferma della decisione di riaprire tutta la Penisola alla libera circolazione, assistiamo all’ennesimo ballo di San Vito tra governatori e ministri. Né è stata da meno la guerriglia costante su zone rosse, protocolli per le aperture, gestione dell’emergenza sanitaria. Pure sulle procedure per la cassa integrazione.
Eppure, se le regole d’ingaggio fossero state e fossero nette e definite, non avremmo avuto questa fiera del localismo e del fai da te, con manie di protagonismo creativo addirittura sui passaporti sierologici come lasciapassare per muoversi da una regione all’altra. Ma non avremmo avuto neppure certe ristrosie o riserve del governo rispetto alla possibilità di blindare un territorio, senza dover impegnarsi in estenuanti e intempestive trattative con i capi di questi Stati nello Stato. Dunque, se anche non saremo migliori, non sarebbe male che dall’emergenza passata venga fuori la consapevolezza a rimettere mano quanto prima a un assetto (ipocritamente) federalista che ha mostrato