Sembra ancora lontano il percorso che forse alla fine porterà al varo di uno strumento di debito europeo come quello degli Eurobond. Quanto meno perché la mancanza di un vero e proprio bilancio comune, e quindi di una politica fiscale europea, rende oggi ancora di difficile realizzazione quel percorso.

Nel dibattito attuale, però, emergono proposte che mirano comunque a sganciare le esigenze generalizzate di incremento del debito pubblico dalle asimmetrie esistenti tra i singoli Paesi in termini di tassi di emissione e di spread. In questo senso eventuali emissioni del MEF sarebbero in grado di garantire liquidità con un merito di credito elevato, Tripla A, a tassi ben più sostenibili rispetto a quelli di alcuni Paesi più colpiti dall’emergenza. Tra i quali senza dubbio l’Italia.

Maurizio Grifoni

In uno scenario di questo tipo emissioni sovranazionali sarebbero dagli investitori considerate safe asset e avrebbero mercato anche su scadenze lunghe, riuscendo così a finanziare gli interventi necessari all’uscita dalla crisi senza pesare eccessivamente sui singoli debiti pubblici.

Senza voler contare sul fatto che questo tipo di emissioni potranno essere comprate dalle stesse istituzioni europee (Ecb su tutte, visto il venir meno del limite di acquisto fino al 50% delle emissioni Bei e Mes) è evidente che anche per gli investitori istituzionali, non solo italiani, si apre una grande opportunità.

Fondi Pensione e Casse di Previdenza potrebbero trovare in questi bond rendimenti interessanti grazie alle lunghe scadenze con cui verrebbero emessi, contenendo al massimo il profilo di rischio e senza problemi di liquidità anche grazie all’orizzonte temporale dei loro investimenti. Ovviamente con adeguati sistemi di incentivazione che azzerino la tassazione sui rendimenti generati da questi titoli di scopo.

D’altra parte l’apporto che può essere fornito non è di entità trascurabile se pensiamo che già oggi oltre 55 miliardi di patrimonio dei Fondi Pensione sono allocati in emissioni governative, domestiche ed estere, ai quali si aggiungono ulteriori 23 miliardi di altri titoli di debito.

Con asset allocation di questo tipo, che vedono oltre il 60% dei patrimoni allocati in obbligazioni, per lo più gov, non è difficile immaginare che emissioni sovranazionali come quelle ipotizzate potrebbero trovare ampio spazio nei portafogli gestiti trovando finalmente quel legame più volte ricercato tra investimenti previdenziali ed economia reale.

Un’asset class che, fermo restando un necessario ripensamento della normativa specifica, potrebbe in parte rispondere anche alle esigenze di riorganizzazione degli attuali modelli di gestione dei comparti garantiti. 

In questo modo Fondi Pensione e Casse di Previdenza avrebbero un ruolo importante da giocare nella ricostruzione economica del Paese post fase emergenziale, mobilitando una parte del risparmio previdenziale verso le esigenze di crescita e sviluppo che si presenteranno e innescando un circolo virtuoso a vantaggio degli iscritti, delle aziende e dell’intera economia nazionale.

*Presidente del Fondo Pensione Fon.Te.