La decisione della Cgil di aderire all’iniziativa dei radicali che chiedono la liberalizzazione e regolamentazione della gestazione per altri, oltre a essere discutibile è soprattutto inattuale. Del resto, come hanno scritto 150 femministe, è difficile capire come questo problema possa essere ritenuto di competenza sindacale, dal momento che non si tratta certo di prestazione di lavoro, ma di puro sfruttamento del corpo femminile dietro compenso: quindi qualcosa di più vicino alla prostituzione che al lavoro salariato.

Ma colpisce soprattutto il fatto che, mentre i salariati che lottano per il lavoro in pericolo sono tanto numerosi, la Cgil scelga di sconfinare dal suo ambito istituzionale dedicando tempo e risorse a un problema che nel nostro Paese non esiste perché l’affitto dell’utero non è consentito dalla legge. Questa strana decisione ricorda la scelta che fece il partito comunista, poi Pd, a fine XX secolo, quando la crisi del sistema comunista imponeva la scelta di nuovi obiettivi. Accadde così che gli ex comunisti cercassero di sposare i ‘diritti delle donne’ e le scelte di liberalizzazione su temi di bioetica, facendo diventare ‘di sinistra’ una lotta soprattutto finalizzata ad ampliare i diritti individuali.

La motivazione ‘di classe’ è sempre la stessa: che i ricchi possono eludere la proibizione andando all’estero e i poveri no. Motivazione che in questo caso sarebbe valida solo se esistesse un diritto al figlio, che invece non esiste. Non pare proprio però che questa tattica abbia sortito buoni risultati. È solo riuscita a piegare problemi gravi, che richiedono una pacata discussione sulla natura umana, a una superficiale logica di scontro politico. In un momento in cui il nostro Paese sta vivendo una grave crisi, che senso ha cercare di rifarsi una immagine ‘progressista’ sulle spalle di donne costrette dalla necessità economica a vendere il proprio corpo? Non sarebbe invece il caso, da parte del sindacato, di smascherare la falsa libertà di un consenso estorto dalla necessità economica, che solo biechi sfruttatori come le agenzie internazionali che si occupano di vendere gli uteri – in cambio di somme ingenti solo in minima part date alle donne – osano ancora chiamare "dono solidale"?