FIGLIO di contadini e campione del mondo di ciclismo. Francesco Moser, 66 anni portati alla grande, sembra pedalare comodamente in questo dualismo apparente tra umiltà della cultura rurale e gratificante visibilità nella storia dello sport. Tra le vigne che dominano lo sperone roccioso di Gardolo di Mezzo, sopra Trento, si muove ancora in sella, semmai affidandosi a una confortevole e-bike con pedalata assistita. E, forte della solida collaborazione del figlio Carlo e del nipote Matteo, ha trasformato la passione per Bacco in un’esperienza imprenditoriale: grandi vini, con una netta predilezione per il Trentodoc. E con tanto di ambientazione metaforica: la sala degustazione di Brut, Rosé e Riesling sconfina nel piccolo museo che celebra il ciclismo e il suo indimenticato profeta.

Terra benedetta per produrre vino. «Le vigne del Maso Warth sono esposte a sud-ovest, sulle colline della Valle dell’Adige che riceve un vento in arrivo dal Garda e che qui chiamano Ora, in grado di mitigare e asciugare l’aria fresca che arriva da nord. È proprio questo microclima abbinato alle escursioni termiche tra giorno e notte a fare di questa fetta di Trentino un piccolo paradiso della viticoltura. Certo, il meteo di quest’anno ha lasciato il segno: le vendemmie sono iniziate con largo anticipo e alla fine pagheremo dazio, con un -20/30% di produzione».

Ma a Gardolo c’è molto altro. «Nella cantina che ho acquistato una trentina d’anni fa ho trasferito cultura e stile di una famiglia che nella vicina Valle di Cembra viveva della terra, oltre che della passione condivisa per le biciclette. Ovvio, era un altro mondo. Quando mio padre Ignazio ha iniziato a prendersi cura dei suoi filari di uve bianche si guardava solo alla quantità. Oggi la produzione per ettaro si è ridotta a un terzo, perché se vuoi stare sul mercato devi puntare sulla qualità».

La sua predilezione per i Brut e per il famoso ‘51,151’ è nota. «Era stato Francesco Spagnolli, preside dell’istituto agrario di Trento, a consigliarmi di produrre uno spumante metodo classico che evocasse il mio record dell’ora del gennaio ’84. Ho accettato ed è stata una decisione azzeccata. Adesso stiamo proponendo quello del 2012 e 2013 ed è un prodotto che piace. Perlage fine, una buona acidità, note eleganti, fresche e fragranti: è indubbiamente il vino-vetrina della casa. Ma se i bianchi sono la nostra forza, con gli aromatici Moscato Giallo, Gewürztraminer, Müller-Thurgau, Riesling, non posso dimenticare il Rosé a base di Pinot Nero con una marcata nota vinosa, e gli stessi rossi come il Lagrein e l’autoctono Teroldego che per molti è una scoperta, fresco, con piacevole note fruttate, abbinabile ai piatti tipici della tradizione trentina».

Se la vita è una corsa a tappe, qual è il prossimo traguardo? «Incrementare gli anni di affinamento dei Trentodoc più prestigiosi come il Brut Nature che è il nostro vertice di gamma, 100% uve Chardonnay, affinamento di 5 anni e tiratura limitata. Lo bevi e senti le bollicine che danzano nel bicchiere: è come scendere in pista e sconfiggere il tempo che passa inesorabile».

È il ciclismo che finisce nel bicchiere? «La bicicletta è stata una compagna di vita e resta ancora tale. Ma adesso il mio mondo è qui, tra le vigne, a raccogliere l’uva rigorosamente a mano e a seguire pressatura, fermentazione, affinamento sui lieviti in bottiglia, remuage e sboccatura. Al Maso Warth è importante anche il lato affettivo del lavoro, perché contano le persone, le storie, i legami che si saldano o non si sono mai persi, con gli enoturisti e i visitatori, ma anche con gli appassionati degli sport su strada e con i vecchi colleghi, perfino con gli ‘eterni rivali’ come Saronni. Il vino è un elemento terrestre e materiale, ma alimenta valori invisibili eppure indispensabili. Come l’amicizia».