ALLA TENUTA del Paguro, nella «vena dei gessi» romagnoli di Riolo Terme, nel Ravennate, hanno preso in prestito perfino una storia drammatica per creare una suggestiva «cellar in the sea», come la prestigiosa maison Veuve Clicquot ha chiamato il suo progetto per invecchiare una selezione di Yellow Label, Vintage Rosé 2004 e Demi-Sec nel Mar Baltico, proprio dove nel 2010 furono ripescate in un relitto 168 bottiglie (di cui 40 della griffe di champagne) probabilmente destinate a uno zar di Russia. Il Paguro è invece in Adriatico, al largo della Riviera: era il nome di una piattaforma estrattiva dell’Agip che si inabissò nel settembre del 1965 a causa di un terribile incidente costato anche tre vite; a decine di metri sotto il pelo dell’acqua è diventato un incredibile sorta di «reef» popolato da crostacei, pesci e molluschi. E oggi «culla» di cinque vini – due sangiovese, un’albana, un merlot e un cabernet – chiusi con sigilli di ceralacca e ingabbiati in reti a maglie di zinco. L’esperimento non è nuovo, in Francia ci avevano già pensato una ventina di anni fa sull’isola atlantica di Noirmoutier. E in Italia già dal maggio 2009Piero Lugano titolare della Bisson di Chiavari porta il suo spumante – non a caso etichettato «Abissi» e fatto con bianchetta, cimici e fermentino – ad affinarsi per sei mesi in mare a duecento metri dalla Baia del Silenzio. Sempre in Adriatico, nel mare di Caorle, invecchia sott’acqua il Lagunare, cabernet & merlot che nasce nel basso Piave: qui il procedimento è ancora più ardito, perché in mare ci vanno le barrique da 225 litri, e il vino subisce direttamente l’impatto dell’acqua dovuto alla porosità del legno. Ma quella del vino in mare è una moda che si va diffondendo. Contagiati già anche importanti chateaux di Bordeaux e grossi produttori in Grecia. E intanto a Plentzia, nei Paesi Baschi, già dal 2010 è attivo un laboratorio scientifico per studiare il fenomeno. Paolo Pellegrini