Roma, 11 gennaio 2017 - La Corte conosce bene gli effetti politici delle sue sentenze. Non ignora che decidere oggi in un senso o in un altro può favorire o ostacolare la corsa verso elezioni anticipate. In particolare, un verdetto che desse il via libera al voto sul secondo quesito proposto dalla Cgil – sull’articolo 18 – darebbe una grossa mano a quelli che vogliono le urne immediatamente, in quanto avrebbero un motivo in più per giustificarlo: rinviare una consultazione che, se si tenesse in primavera, prenderebbe una piega devastante.

Ma andrà proprio così? I margini per evitare lo show down ci sono: esimi studiosi di diritto costituzionale la pensano come l’Avvocatura di Stato. Sostengono sia inammissibile quanto richiesto dal sindacato della Camusso per due motivi: perché è plurimo, mette cioè insieme più argomenti (Jobs Act e riforma Fornero) su cui l’elettore deve esprimersi con un solo voto, e perché riscrive la norma con un certosino lavoro di taglia e cuci, estendendo i limiti al licenziamento per le aziende con 15 dipendenti a tutte quelle che ne hanno più di cinque.

È evidente che oggi in camera di consiglio la Corte deve trovare un equilibrio tra la posizione di chi la pensa come la Sciarra e spinge per l’ammissibilità e chi invece, come Amato o Barbera, è contrario. Nella consapevolezza che, tra due settimane, devono esprimersi su un altro tema di sistema, la legge elettorale. Questione di taratura: un colpo di maglio al Jobs act per alcuni comporterebbe un intervento light sull’Italicum e viceversa. Quel bilanciamento che i partiti non hanno trovato sulla sostituzione del giudice Frigo (espresso dal centrodestra) che si è dimesso nei mesi scorsi.

Dunque oggi pomeriggio il Parlamento – che si riunisce in seduta comune per l’elezione del successore – farà un buco nell’acqua. Il fatto che i membri della Consulta attualmente siano 14 significa che, in caso di parità, il voto del presidente, Paolo Grossi, vale doppio. Nessuno ignora che il giurista fiorentino è geloso dell’indipendenza della Consulta, tanto che le invasioni di campo della politica possono generare effetti contrari: ragion per cui ieri tutti, nel Pd, si sono affrettati a smentire pressing di qualsiasi tipo di Renzi e dei suoi: «Nessun tifo», riassume l’ex sottosegretario Nannicini che ora si occupano di programma nel partito. Meno diplomatico appare il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: «Fare riforme e smontarle prima che realizzino gli effetti è negativo per tutto il Paese».

A meno di colpi di scena, appare invece scontato l’esito della discussione per gli altri due quesiti della Cgil che riguardano la reintroduzione della responsabilità in solido tra appaltanti e appaltatore e l’abolizione dei voucher: nel Palazzo si dà per certo che la Corte ammetta entrambi. Peraltro, il governo – con il ministro Poletti – ha ribadito che punta a rivedere i buoni per il lavoro per le prestazioni accessorie introdotti sempre dal Jobs Act. Nelle more, la minoranza Pd batte un colpo con Speranza: «Se il testo di legge sui voucher resta così come è e il referendum viene ammesso, voto si».