Roma, 2 gennaio 2018 - Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti a ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (Liberi e Uguali, sigla LeU), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo veniale. Da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1.500 mensili che ogni eletto dem gira al partito. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere Pd, Francesco Bonifazi, decide di farne un pubblico conto (anche perché ai dem, mediaticamente conviene). Prima gli scrive che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, torna alla carica: «È cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno». Grasso resta muto. Bonifazi ricorre all’arma del ricatto morale: «Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione» (sono 183, ndr ). Grasso niente, zitto. I suoi avranno pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così. Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un «reddito da lavoro dipendente» di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano 340mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340mila euro) supera il tetto dei 240mila euro. Tetto che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, di durata triennale, ed è scaduta il primo gennaio 2018.

Il tetto, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della «autodiàchia» (cioè, in sostanza, che ognuno decide per sè). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240mila, il presidente della Camera molti di meno (140mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6.700 euro mensili).

Dopo giorni, settimane, di «no comment», fonti di LeU fanno sapere che trattasi di polemica «a scoppio ritardato» perché «il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile». Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui sosteneva che «non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato». Lo stipendio è rimasto tale, col ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. «Ragioni di sicurezza», si capisce.