Salò, 11 marzo 2017 - Lo hanno messo in un angolino, e non si fa certo notare per pregi stilistici. Ma alla presentazione del “Museo della Follia”, al Musa-Museo di Salò, ieri, la curiosità era per lui: Adolf Hitler, autore di un olio untitled. Un omino seduto e una donnina in piedi, ai lati di una fuga di stanze: «Si vede che chi lo ha dipinto aveva un anima molto malinconica. Uno sfigato, poverino!» commenta Vittorio Sgarbi, curatore di questo anomalo museo itinerante, da Salemi, Matera, Mantova, Catania, fino all’azzurro Benaco.

Che sia «autenticata» opera del Führer, «esposta in anteprima mondiale», in arrivo da Berlino, prestata da un collezionista ovviamente anonimo, lo assicura il direttore del Musa, Giordano Bruno Guerri, con un giudizio critico. Anche se non era un granché come pittore, avrebbe comunque fatto meglio a sviluppare la genuina inclinazione confessata all’ambasciatore britannico Nelville Henderson: «Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia vita come un artista». A togliere eventuali dubbi sull’opportunità di metterlo in mostra, interviene Paolo Crepet, allievo di Basaglia e quindi reduce della battaglia per la liberazione dei matti dalle catene: «Hitler è stato il più grande internatore della storia. Quel piccolo quadro ha un senso per chi conserva la memoria della totalità del male e della disperazione dentro i lager nazisti. E perché i giovani sappiano». Da vedere, appunto, c’è di meglio: il diavoletto di Basquiat, la fauna fantastica di Ligabue, il magnifico Parsifal puro folle scolpito da Wildt nel 1930, Antonio Mancini trentenne autoritrattosi vecchio, nell’esposizione che raduna 200 opere, “Da Goya a Bacon” (fino al 16 novembre). Del primo, una santa monaca che guarisce una giovane inferma, 1775. Dell’altro, le opere regalate sottobanco al bellissimo amante, aggirando un contratto in esclusiva. Il folle, si sa, è anche chi rifiuta le regole. Più poetica, la definizione di D’Annunzio: «La follia, punta più alta del pensiero». Citarlo è d’obbligo da queste parti, dove meta sempre più attraente diventa il Vittoriale, la casa del Vate, governata da Guerri. Che al Museo della Follia porta il contributo del suo saggio “I pazzi politici”, messo in scena in una videoinstallazione. Fa luce su un fenomeno ancora poco studiato, eppure con dimensioni ufficiali a partire dalla fine dell’Ottocento: «Cesare Lombroso, stabilì una consequenzialità tra alcolismo, sifilide, militanza rivoluzionaria e follia. Gli stati gli credettero, perché faceva comodo; non solo l’Italia, ma in Italia nel 1904 venne approvata una legge che facilitava questo meccanismo politico sanitario. Il regime fascista la lasciò immutata e se ne servì a piene mani. Nel 1927 c’erano 62.000 persone in manicomio; nel 1941 erano 95.000, epidemia di matti?... Nel 1972 il dissidente Vladimir Bukovskiy denunciò l’esistenza in Unione Sovietica di questo fenomeno che non è certamente finito con la caduta del comunismo in tutto il mondo».

Da scoprire, in un altro angolo appartato, lungo un percorso senza ordine e didascalie (non percorso ma «smarrimento»), una lettera spedita dall’ospedale psichiatrico di Palermo il 15 ottobre 1972, mai arrivata a destinazione: «Cicì, lo sai che ti devo raccontare? Un infermiere mi ha regalato un vestito molto bello, ma per ora non lo metto, aspetto la festa e aspetto te che mi vieni a prendere...». Una voce in «un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati e ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi». Sì, guardando i ritratti ritrovati nelle cartelle cliniche di alcuni ex-manicomi, e ricomposti in una griglia di 5 metri, si deve dar ragione ancora una volta a Sgarbi. Questo è un museo da perdere la testa.