Imola, (Bologna), 20 febbraio 2016 - «LA STORIA è già stata scritta. I morti li rispettiamo tutti, ma c’era chi combatteva dalla parte sbagliata». Bruno Solaroli, presidente dell’Anpi di Imola, rispedisce al mittente la lettera di Edda Negri Mussolini, autrice del libro Donna Rachele mia nonna - La moglie di Benito Mussolini, inviata a Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’associazione dei partigiani. Per l’Anpi, infatti, il suo cognome è troppo ingombrante in una città che gli ex partigiani difendono come «Medaglia d’oro per la Resistenza». E così l’evento, organizzato per il 26 febbraio in un noto locale, salta. Poi, però, trasloca all’Hotel Molino Rosso (stesso giorno, stessa ora). Un pasticcio che diventa presto virale sul web. Una ferita che si riapre e richiama i fantasmi del passato. Ma Solaroli non ci sta a fare un passo indietro.

LA MISSIVA di Edda Negri Mussolini – che ha scritto il testo con la giornalista Emma Moriconi del Giornale d’Italia – era partita giovedì dopo che gli esponenti imolesi di Anpi avevano dato l’altolà alla presentazione pubblica del testo. «Per tutti – aveva scritto la nipote del Duce nelle righe pubblicate dal Quotidiano Nazionale – penso sia arrivato il momento di riscrivere la storia». «Chiedo di dialogare e capire, dopo 70 anni, quello che accadde in quei giorni». «Vi furono troppi morti da entrambe le parti». Così l’autrice si è rivolta giovedì al senatore Smuraglia, che però con i cronisti non ha voluto commentare. Altri vertici nazionali dell’Anpi, sollecitati al telefono, hanno seguito la stessa linea. Non Solaroli, che a Imola è stato anche sindaco, che però gela ogni tentativo di apertura. Le parole di Edda Negri Mussolini sono liquidate come «un gesto un po’ maldestro». Quel libro non l’ha letto («se lo trovassi, potrei anche farlo»), ma l’ex deputato ritiene «difficile parlare di Rachele senza inserirla nel contesto storico in cui ha vissuto». E mentre il sindaco di Imola Daniele Manca ritiene «legittime» le critiche dell’Anpi, non la pensa così l’editore del volume, la Minerva, che si sfoga dopo «la censura preventiva». «Ho letto le assurde motivazioni – commenta Roberto Mugavero – che mi hanno fatto guardare incredulo al calendario di casa per vedere se vivo nel 2016 o nel 1948».

MUGAVERO difende il testo («che non è un’apologia del fascismo, ma la dettagliata storia di una donna e di una famiglia») e ricorda che in quattro mesi sono state programmate «una cinquantina di presentazioni in Italia». «Non bisogna avere paura di un libro – prosegue l’editore –. Che cosa facciamo? Lo dobbiamo bruciare? C’è già stato chi bruciava libri e non è finito bene».

Così secondo l’editore «rinunciare sarebbe stato vile e profondamente ingiusto. Sarà importante ora essere in tanti». Alla serata parteciperanno le autrici e l’organizzatore, il giornalista imolese Mattia Grandi, che aveva programmato per l’8 marzo la serata dedicata a un testo scritto dalla moglie di un partigiano. Ma anche questo potrebbe saltare. E in questa vicenda, forse, sono in tanti ad avere perso.