Roma, 20 febbrario 2016 - Giampaolo Pansa, conosce Edda Negri Mussolini?
«Non la conosco, ma la incoraggio ad andare avanti».

Che deve fare?
«Trovare un altro posto dove presentare il libro».

Già fatto.
«Bene, non deve farsi intimorire, né l’editore scenda a compromessi. È la solita storia».

In che senso?
«È successo anche a me nel 2006 a Reggio Emilia. Mi impedirono di parlare durante la presentazione di uno dei miei libri revisionisti».

La nipote del Duce ha chiesto in una lettera molto garbata di incontrare l’Anpi, associazione nazionale partigiani, per riscrivere la storia.
«Impossibile. I partigiani l’hanno già scritta a modo loro e non la cambiano. Edda si metta il cuore in pace. È un’illusione pensare il contrario».

Un libro di memorie personali può essere pericoloso?
«Nessun libro è mai pericoloso».

La storia del fascismo può essere rivista?
«Può essere riletta in un modo più corretto. Io l’ho fatto con i miei testi revisionisti».

Cos’è l’Anpi oggi?
«È diventato una specie di microscopico partito di estrema sinistra, dove gli ex partigiani, per ragioni di età, sono pochissimi. È sempre stato coccolato dal Pci, dal Pds, e ora da una parte della sinistra».

Chi fa parte di questo club?
«L’Anpi ha fatto campagna di reclutamento facendo iscrivere anche ragazzi di oggi. L’ho scritto in uno dei miei libri dove ricordo gli spot pubblicitari dell’Anpi di Modena».

Bruno Solaroli, leader dell’Anpi di Imola e autore del gran rifiuto, è un duro e puro.
«È un ex deputato del Pci che all’epoca della guerra civile aveva 4 anni. È una brava persona, ma recita la sua parte. E l’Anpi oggi non conta più nulla se non quando si fa notare per le sue intimidazioni».

Tutto già visto, dunque?
«Nel mio libro uscito in questi giorni, Il rompiscatole (La biografia professionale di Pansa, ndr) racconto cosa successe quando uscì il ‘Sangue dei vinti’, nel 2003, il saggio che racconta i crimini di una parte dei partigiani comunisti».

Avanti, confessi.
«L’Anpi strepitò dicendo che erano tutte storie false, poi arretrò a storie non documentate, a fonti solo fasciste. Concluse che era solo un romanzo».

Il ‘Sangue dei vinti’, rimane il suo best seller?
«Ha venduto un milione di copie, nessuno ha mai smentito i fatti che racconto e da allora ho ricevuto 20mila lettere, soprattutto di donne, che rivelano tante storie familiari a sfondo tragico. Non mi sono mai pentito di averlo concepito insieme alla mia compagna Adele Grisendi».

La guerra civile non è finita?
«È terminata quella con le armi, ma non è finita concettualmente perché la faziosità politica regna sovrana in Italia. Manca ancora serenità di giudizio».

Si sente uno scrittore controcorrente?
«Quando morirò sarò ricordato per il mio ciclo revisionista. E mi sento in pace con me stesso perché ho svolto il mio lavoro in modo corretto».

Perché il suo ultimo libro si chiama ‘Il Rompiscatole‘?
«L’idea me l’ha data Matteo Renzi. Quando entrò a palazzo Chigi cominciò a inveire contro i gufi. Volle marchiare in modo infame chi non è d’accordo con lui».

Allora lei è un gufo?
«L’ho fatto per tutta la vita. Il giornalista non deve fare il velinaro ma criticare il potere. Anche Aldo Moro disse che il bene non fa notizia».

Paga sul piano della popolarità?
«Non lo so. Io sono ottimista e buono, ma non voglio né obbedire né comandare. Sono un rompiscatole e basta».