Roma, 13 settembre 2017 - Dopo anni di annunci da parte di diversi ministri dell’Istruzione, l’attuale titolare del dicastero Valeria Fedeli ha mosso il primo passo ufficiale per fare entrare gli smartphone nelle aule scolastiche. Ha incaricato una commissione parlamentare di stilare le linee guida per promuovere i cellulari di ultima generazione a strumenti didattici. Sull’annuncio si è abbattuta una valanga di critiche. 

«Siamo prossimi alla resa del sistema educativo – spiega lo psicoterapueta ed esperto di cyberbullismo Luca Pisano, direttore di Ifos –: la scuola tecnologica delega la funzione del pensare a un oggetto. Questa è la base per fabbricare cretini a scuola: con gli smartphone non si sviluppa l’apparato psichico. Il docente così si depotenzia: c’è già la lavagna didattica, a cosa serve il cellulare? Come farà poi il prof a controllare che gli studenti non giochino o vedano porno durante la lezione? Siamo passati dalla direttiva Fioroni del 2007 (in cui si vietava l’entrata dei cellulari nelle scuole, ndr ) alla resa di oggi: sembra che la scuola, non avendo strumenti per impedire un abuso degli smartphone in classe, legalizzi il suo uso. La capacità di mantenere costante la concentrazione è decisiva per l’apprendimento, ma con gli smartphone gli alunni avranno decine di stimoli e la classe non sarà più gestibile».

La ministra Fedeli si dice convinta che lo smartphone sia uno «strumento che facilita l’apprendimento». La prof Angela Biscaldi, docente dell’Università di Milano (che propose a una classe di liceo di Crema di stare sette giorni senza social e vide tagliare il traguardo solo da 3 studenti su 46) si ribella a questa tesi: «Nessuno strumento migliora magicamente l’apprendimento, servono professori motivati. La letteratura negli altri Paesi dimostra che gli smartphone nelle aule producono un abbassamento dei voti. In Inghilterra infatti li stanno togliendo. Uno studio ha stabilito che la sola presenza del cellulare sul banco distrae lo studente, peggiora la sua attenzione. Continuare a introdurre strumenti digitali quando i bagni sono fatiscenti, le aule sono sporche e mancano i prof, è assurdo. Si rischia l’addio alla scrittura? Certamente, molte maestre d’asilo mi dicono che i bambini non sanno più allacciarsi le scarpe, non riescono ad avvolgere il filo in un rocchetto: stanno perdendo la motricità, l’attenzione e la memoria peggiorano, la vista viene danneggiata. Il rischio di avere dementi digitali è alto: gli adolescenti nativi digitali perdono empatia, compiono cyberbullismo e non collaborano con l’altro. Essere multitasking non è positivo, anzi è dannoso per i processi della memoria e sfavorisce l’utilizzo delle connessioni neurali della ricerca».

Oltre alla questione soldi («sarebbe una spesa pubblica insostenibile comprare cellulari per tutti», dice Pisano) c’è la questione dei limiti legali. «I rischi per la salute dall’esposizione alle reti wi-fi non sono ancora chiari – spiega l’avvocato Massimo Simbula, legale dell’Osservatorio cybercrime Sardegna – e il ministro potrebbe evitare di esporre gli studenti a queste incognite. Tre importanti sentenze hanno poi correlato l’abuso di smartphone all’insorgenza di tumori. Si rischia una marea di cause da parte dei genitori contro i prof per insorgenza di problemi fisici nei figli. Esistono, inoltre, gravi ripercussioni sulla privacy e rischi di un eventuale aumento del cyberbullismo».