Sidney, 30 ottobre 2017 - Se non è un endorsement, poco ci manca. Un vescovo in Australia ha dichiarato che esiste “un buon argomento comune” a favore dell’introduzione nel Paese delle nozze civili fra persone dello stesso sesso. Monsignor Bill Wright, questo il nome del presule ordinario di Matiland-Newcastle, in un articolo pubblicato di recente sul settimanale diocesano, Aurora, ha argomentato la sua posizione che suona alquanto originale rispetto al comune sentire ecclesiale su una materia così controversa. ”In una società in cui le relazioni omosessuali sono legalizzate e le coppie omosex possono adottare e crescere dei figli – ha scritto il vescovo - è una sorta di anomalia giuridica il fatto che la loro relazione in sé non abbia un chiaro status legale”. Wright è lo stesso che nel 2015, rispondendo a chi gli domandava delle conseguenze di un eventuale accesso al matrimonio civile per i gay e le lesbiche, disse che “non sarà la fine del mondo”.

Le ultime dichiarazioni del presule si inseriscono nel contesto sociale di una nazione la cui agenda politica da inizio anno si è arricchita di temi piuttosto stimolanti per il dibattito pubblico, dalla legalizzazione dell’eutanasia all’entrata in vigore del matrimonio omosessuale. Su quest’ultimo punto, dopo il via libera dell’Alta corte, in queste settimane sedici milioni di australiani sono chiamati a rispondere per posta con un ‘sì’ o con un ‘no’ a una proposta di legge ad hoc. Si vota fino al 7 novembre, con i risultati che saranno resi noti otto giorni più tardi. L’esito del sondaggio darà la misura della sensibilità collettiva rispetto ai diritti Lgbt, ma non sarà vincolante dal momento che, come deciso dal governo conservatore, non si tratta di un referendum vero e proprio. In pratica, il Parlamento potrà decidere di procedere in direzione contraria alla volontà dell’elettorato che, stando a un report di Essential Research, pubblicato a luglio, vedrebbe più di sei australiani su dieci d’accordo con i fiori d’arancio per gli omosessuali.

Il confronto nel Paese coinvolge anche la Chiesa cattolica, alle prese con la spinosa questione degli abusi sui minori sollevata dalla Royal Commission. Uno scandalo che vede invischiato un pezzo da novanta come il cardinale George Pell, congedato dal suo ruolo di presidente della Segreteria per l’economia della Santa sede per far ritorno in patria e difendersi in tribunale dall’accusa di aver commesso violenze sessuali negli anni ’70. Tradizionalmente allineato al modello statunitense di culture war (scontro aperto sul proscenio politico in materia di morale sessuale e bioetica), con l’avvento di papa Bergoglio l’episcopato australiano si è maggiormente diversificato. Lo spiega bene lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli in un contributo per la rivista dei dehoniani Il Regno (16/2017): ci sono “vescovi espressione dell’era Pell; vescovi provenienti dall’era precedente ma con un nuovo orientamento nella Chiesa di Francesco; vescovi nominati da Francesco e che incarnano la Chiesa di Francesco, come quello di Parramatta, Vincent Long Van Nguyen, dei frati minori conventuali, giunto dal Vietnam coi boat people, che nel febbraio scorso ha rilasciato alla Royal Commission una toccante testimonianza della violenza sessuale da lui subita”.

Anche sull’introduzione del matrimonio civile omosessuale sono così emerse diversità di vedute nell’episcopato che sottendono a distinte modalità di incarnare la laicità dello Stato e di rapportarsi con una modernità che non ha alcuna intenzione di rinunciare alle conquiste scientifiche in nome di dettami religiosi radicati nei secoli. Sulla falsariga del documento 'Non creare confusione sul matrimonio', redatto un paio di anni fa dalla Conferenza episcopale australiana, è stato l’arcivescovo di Melbourne, monsignor Denis Hart, a paventare possibili rischi per la libertà religiosa derivanti dall’approvazione di una legge sulle nozze fra persone dello stesso sesso . A suo dire questa “può provocare restrizioni al diritto che hanno i rappresentanti religiosi di insegnare, predicare, parlare liberamente del matrimonio omosessuale come contrario al proprio credo o alla propria coscienza”. Più battagliero il domenicano conservatore Anthony Colin Fischer, al quale Francesco ha affidato tre anni fa la cattedra di Sydney, che ha schierato i preti della diocesi sul fronte del ‘no’.

Diversa, come abbiamo visto, l’opinione di monsignor Wright che, pur premettendo come la Chiesa “non può riconoscere quale matrimonio un’unione omosessuale, se non nell’accezione limitata di ‘matrimonio secondo la legge australiana’, approccia al problema da una prospettiva laica. La questione su qualsiasi progetto di legge “non è se questo sia compatibile con l’insegnamento della Chiesa o un ideale morale, ma se sia una norma pratica efficace per le persone che vivono ora nella nostra società”.

In quest’ottica, chiosa il vescovo di Matiland-Newcastle, ai fini dell’armonia e della pace sociale, “per le coppie omosessuali è bene avere un posto nelle strutture riconosciute piuttosto che esserne escluse”. Meno esplicita, ma comunque aperta la posizione del bergogliano Van Nguyen, di Parramatta. Come ricorda l’agenzia di stampa Adista, con una nota pastorale il presule vietnamita ha chiesto ai fedeli di “ascoltare ciò che lo Spirito sta dicendo attraverso i segni dei tempi”, esercitando un profondo discernimento. Quindi ha riconosciuto come “purtroppo  la Chiesa non è stata sempre un luogo dove le persone Lgbt si siano sentiti accolti, accettati e amati”. Per questo, “a prescindere dal risultato del questionario, dobbiamo impegnarci nel compito di aiutare i fratelli e le sorelle Lgbt ad affermare la loro dignità e ad accompagnarli nel nostro cammino comune verso la pienezza della vita e dell’amore in Dio”.