«I figli so' piezz'e core». O dipende da quali figli? O dal cuore di chi? E magari da chi è «colpito al cuore» non negli affetti ma col coltello? Sul piano civilistico (che significa: chi deve educare o mantenere chi; chi deve ereditare – e quanto – da chi e così via) un colpo di spugna scolora le antiche divisioni fra figli legittimi e naturali, riconoscibili o non riconoscibili, adulterini e non; fino alla equiparazione dei figli adottivi a quelli naturali. Per il codice penale (che si occupa di chi colpisce col coltello chi) essere figli di sangue o meno può fare la differenza. È disumano? È reazionario? È retrogrado? Forse. Ma ricordiamo due cose. La prima: il diritto penale è governato dal favor rei, dal favor libertatis, dal nullum crimen sine lege. E la legge penale prevede l’ergastolo per l’omicidio aggravato perché «contro l’ascendente o il discendente». Non conta lo status di figlio, ma il legame di sangue. Si potrà forse invocare l’incostituzionalità della norma. Ma non interpretarla estensivamente o analogicamente per applicare una maggior pena contro chi uccide il figlio (non «discendente», ma) adottivo. Del resto, vale anche l’inverso. E l’aggravante opera anche fra nonno e nipote, ma non quando la catena è interrotta da un figlio adottivo. La seconda: non stiamo dicendo che chi uccide il figlio adottivo non meriti l’ergastolo. Molte volte lo meriterà. Ma in relazione al contesto del crimine (e nel caso di Udine, tanto odioso quanto efferato, potevano forse essercene gli estremi). Stiamo solo dicendo che se la Cassazione limita l’ergastolo automatico a chi uccide il sangue del proprio sangue quella sentenza potrebbe essere «politicamente scorretta», ma non ingiustificata. Così, per la legge penale, i figli so’ piezz’e core, ma i discendenti

lo sono di più.