È quasi superfluo protestare e denunciare la gravità dell’episodio di cui è sofferta protagonista la signora novantacinquenne Giuseppa Fattori, vittima del terremoto almeno quanto lo è di una stolida interpretazione della legge. Credo che non vi sia italiano di buon senso sordo a indignarsi alla notizia di questo sfratto della signora Peppina, che abbandona i luoghi dov’era arrivata appena sposata e dove era vissuta poi settantatré anni. «Per me oggi lo Stato muore»: è la lapidaria frase di Agata Massi, una delle due figlie, accompagnando la madre, insieme alla sorella, verso una nuova destinazione. Già, lo Stato, così forte in certi casi coi deboli, così debole in altri coi forti. Come ci somiglia questo Stato, come è simile questo Stato alla nostra parte peggiore, come si fa sempre meno affidabile e credibile in certe occasioni. Sono proprio quelle più preziose, quelle che perde, le più adatte a rivendicare dopo tanti fallimenti, una capacità di essere ancora la casa di tutti, quella che sa arrivare sollecita là dove la sfortuna o la tragedia (entrambe evocabili a pieno diritto nella vicenda di Peppina) abbiano colpito duro. È ancora una volta lo spettacolo di un’inutile severità amministrativa che non gioverà a nessuno, che non sarà educativa, né funzionale e che non risolverà problemi di sicurezza e di equità, né di coerenza né di serietà. «Est modus in rebus», c’è modo e modo di interpretare la legge, ci viene in soccorso l’antica sapienza di Orazio. Siamo per sempre il Paese che nel Settecento ha precorso l’Europa intera nella illuminata revisione degli antichi criteri di giustizia, che ebbe in Cesare Beccaria il suo più glorioso esponente, proponendo l’abolizione della pena di morte. Qualcuno potrebbe domandarsi perché mai citare Beccaria. E non corrisponde forse a un’indiretta sentenza di morte questa inutile cacciata dalla casetta abusiva della novantacinquenne Peppina? Sradicare dalla propria terra un’esistenza così avanzata nel tempo non potrà non avere conseguenze su chi la subisce inerme, protetta solo dall’indignazione popolare e dalla protesta dei giusti. Perché lo Stato è ingiusto in questo caso in una maniera talmente scontata da rendere quasi retorico difendere l’anziana signora. Forse invece non basta nemmeno l’evidenza alla stupidità della nostra burocrazia, forse è bene levare alta la nostra protesta, un poco vergognandoci che si debba supplire noi, con la denuncia delle nostre parole a una così elementare ingiustizia di chi amministra.