Leo Turrini

E’ banale, lo so. Eppure, sono sommessamente convinto che nessuno, vedendo le immagini terribili di Eriksen esanime sul terreno, nessuno di noi, dicevo, credo sia riuscito a sottrarsi ad una angosciata riflessione.

Quante volte ci scanniamo, al bar o in famiglia, per un rigore non dato, per un gol sbagliato, per una sostituzione non condivisa? Troppo spesso, accecati dalla passione, rischiamo di dimenticare la Grande Bellezza del calcio. Certo, muove interessi enormi, genera arricchimenti leciti ed illeciti, scatena isterismi che sono il pane e il companatico del delirio social. Ma resta pur sempre un gioco, praticato da giovani esseri umani pagati per divertirsi e divertirci. Dovremmo custodirlo con cura, persino con l’amore che si deve a qualcosa di sano, di prezioso.

Rammento, con malinconia, le cose che ci raccontammo e vi raccontammo quando tragedie senza appello uccisero sul campo Curi del Perugia (era il 1977) o Morosini del Livorno (era il 2012). Ci affannammo a spiegare che cambiava tutto, che non avremmo più tollerato le jene del rancore, i dementi che gridano “devi morire” dagli spalti all’avversario ferito, eccetera eccetera. Lo abbiamo fatto anche dopo la disgrazia del compianto Astori. Furono promesse da marinaio, ammettiamolo.

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