Messi al Parco dei Principi (Ansa)
Messi al Parco dei Principi (Ansa)

Trentacinque milioni all’anno per il divino Messi, 15 per Lukaku, 7 per Donnarumma. Sono le cifre d’ingaggio che i tre assi di denari del calciomercato post-Covid guadagneranno nei loro nuovi club: il Psg degli sceicchi e il Chelsea del magnate russo Abramovich. In barba al Fair play finanziario, ai bilanci che traballano, all’austerity di un mercato in grave crisi di liquidità. Ma soprattutto in barba al buonsenso comune e all’antico spirito di bandiera, quello che identificava il campione con il club che gli ha dato lustro e notorietà.

Se in questo calcio comandano agenti e procuratori, se il giocatore è diventato una trottola nelle mani di chi lo amministra, è giusto rivolgere un appello a Messi, Lukaku, Donnarumma e pure Nainggolan, che preferisce i 2 milioni dell’Anversa agli 1,2 del Cagliari: non spacciatevi per bandiere, non promettere amore eterno al vostro club, non illudete il popolo tifoso. Sarebbero promesse da marinaio, impegni insostenibili davanti alla legge degli ingaggi milionari e delle ricche prebende per i vostri procuratori.

Mi appello agli ultimi totem identitari del nostro calcio, a Del Piero, Maldini e Totti, mi chiedo se nella dimensione di oggi avrebbero la forza e la tenacia di difendere il loro spirito di bandiera, di rifiutare ogni tentazione per restare fedeli alla squadra del cuore. Temo che anche loro dovrebbero arrendersi alle leggi di un calcio dominato in larga parte da presidenti stranieri, finanziarie misteriose, gruppi economici difficili da decifrare. In questo sport che ha perso le sue radici e si è sottomesso alle leggi del business c’è una sola componente, quella del tifo, che difende ostinata l’identità del club e dei suoi valori più profondi. E allora, da Messi in giù, non prendete in giro il popolo delle curve con promesse di eterno amore, non scomodate cuore e sentimenti. Siete professionisti miliardari, le bandiere sono altro.