Tadej Pogacar in maglia gialla (Ansa)
Tadej Pogacar in maglia gialla (Ansa)

Roma, 5 luglio 2021 - Dopo la prima settimana che ha dato la maglia gialla a Tadej Pogacar ecco il pagellone di Angelo Costa sui protagonisti del Tour 2021. 

10 a Pogacar. Voto simbolico, perché non può esisterne uno per chi, in meno di una settimana, ha già sbranato il Tour. Lo sloveno è un extraterrestre piovuto sul ciclismo, che il ciclismo può soltanto godersi, come succede una volta ogni mezzo secolo. A 22 anni domina in salita, a crono e nelle volate ristrette: i cannibali non hanno un’età per rivelarsi.

9 a Van der Poel. Va a casa dopo la prima settimana e non sorprende, avendo nel mirino i Giochi. Ma fa in tempo a scrivere pagine bellissime: la maglia gialla conquistata da fuoriclasse per nonno Poulidor, il primato difeso coi denti nella crono, la lunga fuga insieme al rivale Van Aert, la borraccia regalata a un bimbo a bordo strada prima dell’ultimo traguardo.

8 a Uran. Da consumato frequentatore di corse a tappe, non mette mai il naso fuori dalla tana che si è allestito all’interno della zona nobile della corsa. Non si vede, ma c’è, come dimostra il terzo posto in classifica, costruito con una solida resistenza: non puoi chiedergli di rovesciare Pogacar, ma di fargli compagnia sul podio sì.

8 a Cavendish. Di tre volate, ne vince due, vestendo anche la maglia verde: non male per uno che al Tour ha fatto il primo centro tredici anni fa e che nei grandi 50 ne conta cinquanta, un risultato clamoroso per chi un anno fa era finito nel gorgo della depressione e non aveva più una squadra disposta a scommettere su di lui.  

7 a Carapaz. Designato dalla corsa come il più attendibile sfidante di Pogacar, fa ciò che può, provando in un paio di occasioni ad attaccare: il suo problema è aver a che fare con un campione sbarcato da un altro pianeta. Dopo una settimana corre per il podio, ha terreno e squadra per poter conquistare il Tour degli umani.

7 a O’ Connor. Strano sentir parlare di un australiano che va forte in salita, ma la sua vittoria a Tignes non è un’eccezione, perché di amare le montagne l’aveva già dimostrato al Giro. In una giornata dal clima proibitivo, sfiora la maglia gialla e adesso accarezza il sogno di poter finire sul podio di Parigi, impensabile per tutti alla vigilia.

7 a Colbrelli. Non è brillantissimo nei primi sprint, dove non trova la strada o la ruota giusta, poi comincia a calibrare il tiro, imparando che la maglia verde si conquista anche sui traguardi intermedi. Si inventa una tappa clamorosa sulle Alpi, sotto il diluvio, velocista intruso fra gli uomini di montagna, un modo splendido per sventolare il tricolore che indossa.

7 a Cattaneo. Zitto zitto, si sta ritagliando un ruolo da protagonista. Si piazza nei dieci migliori della crono, poi si conferma da corsa sulle Alpi: in due giorni di fughe raccoglie un paio di piazzamenti nei dieci con un secondo posto e il tempo per issarsi al dodicesimo in classifica, con la prospettiva di entrare nella top ten se manterrà questa regolarità.

6 a Nibali. Entrando nella maxifuga con Van der Poel e altri big, regala l’illusione di poter far classifica, svanita in fretta con le prime montagne: in un Tour che viaggia a medie record, il siculo non perde l’obiettivo di preparare i Giochi, scelta che facilmente lo spingerà a lasciar la corsa questa settimana, rispettando il programma stabilito.

6 a Froome. Già si presenta in condizioni di forma non ottimali, il resto ce lo mette cadendo il primo giorno. Non basta per fermare uno che, dopo quattro Tour vinti, ora naviga nei bassifondi di classifica. ‘E’ proprio vero che tutto ciò che non uccide ti fortifica’, dice il keniano bianco, che nel suo piccolo sta confermando di essere un campione di stile.

5 alla Francia. Nei primi dieci esibisce il filosofo Martin, che dice di puntare a una tappa, e Gaudu, fin qui non pervenuto sulle adorate montagne. Disperso in classifica Alaphilippe, che la sua tappa e la sua maglia gialla l’ha già portata a casa, promettente Paret Peintre: un po’ poco per pensare di tornare a vincere il Tour dopo 36 anni…

5 alla Movistar. In termini di sfortuna non la batte nessuno: Soler va a casa il primo giorno dopo aver concluso la tappa pedalando negli ultimi 50 chilometri con le braccia fratturate, Mas è puntualmente in terra. Ma pur disponendo di un regista inimitabile come Valverde, nei dieci mette il naso solo una volta e non è un buon segnale.

4 a Simon Yates. Presentatosi in Francia dopo il podio al Giro con l’obiettivo di lottare per le tappe, si fa vedere poco e quando lo fa affonda. C’è da credere che sia uscito troppo stanco dalla corsa rosa per affrontare la velocità del Tour, ma c’è anche il sospetto che il gemello inglese sia di quelli che promettono sempre e mantengono poco.

4 alla Ineos. Si presenta con quattro punte e dopo una settimana gliene resta una, neppure efficacissima. Non brilla per strategia, ma non va nemmeno sottovalutata: il team inglese sa sempre inventarsi qualcosa, se sfrutta la forza di quelli che avrebbero dovuto fare i capitani ci sta che trovi una chiave per concludere la corsa in modo dignitoso.

2 al Tour. Sarà anche la corsa più bella del mondo, ma qualche crepa la mostra. A cominciare dalla sicurezza: infelice l’idea di un arrivo in discesa nella tappa delle cadute, pessima la scelta di non denunciare la donna che col suo cartello per i nonni ha steso tre quarti del gruppo il primo giorno, sarebbe stato un deterrente inevitabile contro gli esibizionisti a bordo strada.

O alle cadute. Inevitabili, certo, ma anche stupide. Come quella che toglie di scena Roglic in pratica dal terzo giorno: lo sloveno fa già un miracolo a correre una buona crono, troppo chiedergli di resistere anche in montagna. Così il Tour perde in fretta il primo pericolo per Pogacar, ammesso che un fenomeno del genere dagli altri possa temere qualcosa.