di Leo Turrini Lasciate perdere il gossip recente sulle sue vicende sentimentali. In questa sede, non interessano. A me invece preme sottolineare una cosa speciale. In breve: Deborah Compagnoni è stata una delle italiane più grandi nella storia dello sport. Una icona Azzurra nobilissima. Una campionessa rara come una perla preziosa. I suoi tre ori olimpici (in superG ad Albertville nel 1992, in gigante a Lillehammer nel 1994 e a Nagano nel 1998) sono diamanti spuntati sotto la neve. Prodigi più forti del destino: perché non si può certo dire che la sorte sia stata...

di Leo Turrini

Lasciate perdere il gossip recente sulle sue vicende sentimentali. In questa sede, non interessano. A me invece preme sottolineare una cosa speciale. In breve: Deborah Compagnoni è stata una delle italiane più grandi nella storia dello sport. Una icona Azzurra nobilissima. Una campionessa rara come una perla preziosa.

I suoi tre ori olimpici (in superG ad Albertville nel 1992, in gigante a Lillehammer nel 1994 e a Nagano nel 1998) sono diamanti spuntati sotto la neve. Prodigi più forti del destino: perché non si può certo dire che la sorte sia stata benigna, con la ragazza della Valtellina.

Io c’ero e ricordo benissimo. Tra cadute, fratture, ospedali e malanni assortiti, le cronache dedicate a Deborah non di rado somigliavano a bollettini clinici. A occhio, senza tutti gli inconvenienti che ne hanno turbato la carriera, la Compagnoni avrebbe potuto vincere la Coppa del Mondo assoluta venti anni prima della bravissima Federica Brignone. Ma con i se e con i ma non si fa la storia e comunque va benissimo anche così.

Iridata. Ai mondiali di sci alpino, Deborah è arrivata al meglio nella seconda fase della sua storia agonistica. Quando la consapevolezza di possedere un talento straordinario si era trasformata in uno scudo contro le velleità delle avversarie.

Nel 1996 eravamo sulle montagne della Sierra Nevada, in Spagna. Quando splendeva il sole, da lassù si vedevano le coste africane. Era uno scenario originale, per il Circo Bianco. Ma il bianco lasciò presto il posto all’Azzurro. Anche per merito di Isolde Kostner, magnifica velocista in trionfo nel superG. E poi ci fu anche la sontuosa doppietta di Alberto Tomba, tra pali e porte.

La Compagnoni, lei, sapeva di essere condannata a vincere. La sua interpretazione del gigante era degna di Maria Callas sui palcoscenici della lirica. Nessuna altra donna era in grado di disegnare traiettorie come le sue. Soprattutto, a colpire era la naturalezza del gesto atletico. L’eleganza spontanea dell’azione che si sviluppava in un mix di rapidità e precisione. Questa era la grande bellezza di Deborah: la semplicità con la quale rendeva possibile quello che per le altre era impossibile.

Dodici mesi dopo, nel 1997, ci ritrovammo al Sestriere, sulle montagne care a Gianni Agnelli. Un altro mondiale, stavolta sulle piste di casa.

Tutti aspettavano Deborah. Non era più una outsider. Era la fuoriclasse consacrata. La stella più luminosa. L’eroina di una certa idea dello sport: cultura, tenacia, governo delle emozioni, gestione perfetta della responsabilità.

Al Sestriere, la valtellinese si sdoppiò. Nel senso che non si limitò ad impartire la consueta lezione tra le porte del gigante, dove era irraggiungibile per classe e continuità quando non era frenata dagli infortuni. Allo show annunciato, Deborah aggiunse il titolo iridato nello slalom, una specialità che amava meno ma che pure apparteneva al suo repertorio.