Il pianto a dirotto di Sonny Colbrelli, 31 anni, incredulo e ricoperto di fango dopo la vittoria nella corsa-mito francese. A destra, con la pietra-trofeo della Classica che ieri ha celebrato la sua 118esima edizione
Il pianto a dirotto di Sonny Colbrelli, 31 anni, incredulo e ricoperto di fango dopo la vittoria nella corsa-mito francese. A destra, con la pietra-trofeo della Classica che ieri ha celebrato la sua 118esima edizione
di Angelo Costa Il bello dei debuttanti è avere un italiano che vince la Parigi-Roubaix davanti ai due che come lui la corrono per la prima volta: in questo suo anno magico, in cui ha già conquistato titolo nazionale ed europeo, Sonny Colbrelli si regala la gemma più preziosa, la classica del pavè. Non un’edizione qualsiasi: inedita per calendario, la Regina si rivela più brutale del solito, con un tracciato reso infame da fango e pioggia, guarda caso il clima con cui l’azzurro va a nozze. Clima da uomini veri, che regalano uno spettacolo...

di Angelo Costa

Il bello dei debuttanti è avere un italiano che vince la Parigi-Roubaix davanti ai due che come lui la corrono per la prima volta: in questo suo anno magico, in cui ha già conquistato titolo nazionale ed europeo, Sonny Colbrelli si regala la gemma più preziosa, la classica del pavè. Non un’edizione qualsiasi: inedita per calendario, la Regina si rivela più brutale del solito, con un tracciato reso infame da fango e pioggia, guarda caso il clima con cui l’azzurro va a nozze. Clima da uomini veri, che regalano uno spettacolo meraviglioso, non mollando nemmeno quando la sorte si rivolta loro contro: proprio come Colbrelli in una vita da ciclista con più vittorie sfiorate che centrate.

Da una centrifuga di cadute e forature lunga sei ore il ciclista che in gruppo chiamano Cobra stavolta emerge per primo, irriconoscibile come tutti con la sua maschera di creta, imponendo il suo spunto veloce al bimbo belga Vermeersch e al grande favorito Van der Poel. Uscire a braccia alzate da questo inferno è un’impresona che va oltre la gara in sè, perché cancella il nostro digiuno nell’albo d’oro che durava dal secolo scorso (Tafi, 1999) e consente al ciclismo tricolore di tornare a vincere una corsa monumento due anni e mezzo dopo il Fiandre di Bettiol.

Che il nord francese potesse finalmente sorridere all’Italia si capisce strada facendo grazie a Moscon, entrato nella popolosa fuga partita in avvio e rimasto solo al comando a una cinquantina di chilometri dal velodromo. A negargli l’impresa è soltanto lo spietato uno-due della sorte, prima con una foratura e subito dopo con una caduta in rettilineo: che la corsa del trentino volga al peggio con la bici fornitagli dall’ammiraglia è più che un sospetto. Chiude ai piedi di un podio sul quale avrebbe strameritato di esserci: due italiani nei primi quattro sul pavè è comunque fantascienza.

Quando il povero Moscon esce di scena, a raccoglierne il testimone negli ultimi sedici chilometri è Colbrelli, fin lì perfetto: sempre davanti e con gli occhi ben aperti in ogni tratto di pavè, il trentunenne bresciano dalla foresta di Arenberg in poi sceglie come stella polare Van der Poel e insieme a Vermeersch gli si incolla. Sfrutta la generosità dell’olandese, gli concede i cambi giusti e non lo molla fino al velodromo della città del carbone, dove lascia che il pupo belga tenti il colpo a sorpresa in curva poi infila entrambi i compagni di viaggio. Sembra lo spartito di un veterano, è semplicemente il capolavoro di un debuttante.

Ordine d’arrivo 118ª Parigi-Roubaix: 1) Sonny Colbrelli (Bahrain) km 257 in 6h 01’57’’ (media 42,719), 2) Vermeesch (Bel) st, 3) Van der Poel (Ola) st, 4) Moscon a 44’’, 5) Lampaert (Bel) a 1’16’’, 6) Laporte (Fra) st, 7) Van Aert (Bel), 19) Mozzato a 6’21’’.