Austriaco di Vienna, Niki Lauda restò alla Ferrari dal ’74 al ’77 vincendo due mondiali
Austriaco di Vienna, Niki Lauda restò alla Ferrari dal ’74 al ’77 vincendo due mondiali
di Leo Turrini Meno male! No, dico, meno male che Italia ed Austria a Wembley giocano stasera una partita di calcio. Perché, si trattasse di Formula Uno, non ci sarebbe appunto partita: la Red Bull è austriaca, ha vinto 4 mondiali negli ultimi undici anni e sta mettendo sotto la Mercedes di Hamilton. Mentre la Ferrari italianissima non tocca palla dal titolo costruttori del 2008, grazie ed arrivederci....

di Leo Turrini

Meno male! No, dico, meno male che Italia ed Austria a Wembley giocano stasera una partita di calcio. Perché, si trattasse di Formula Uno, non ci sarebbe appunto partita: la Red Bull è austriaca, ha vinto 4 mondiali negli ultimi undici anni e sta mettendo sotto la Mercedes di Hamilton. Mentre la Ferrari italianissima non tocca palla dal titolo costruttori del 2008, grazie ed arrivederci.

Curiosamente, l’intreccio “sportivo” tra noi e i cugini di oltre Brennero ha prodotto anche una alleanza straordinaria ed indimenticabile. Mi spiego: siamo in milioni ad essere cresciuti nel mito di Niki Lauda. Connazionale di Mozart, Niki aveva la stessa sensibilità “artistica” del geniale compositore. Solo che dirottava il suo estro sulle macchine. Lauda arrivò nella penisola nel 1974, disse subito ad Enzo Ferrari che le auto di Maranello erano un disastro ma tanta sfacciataggine si tradusse in una epopea. Due titoli mondiali nel 1975 e nel 1977, in mezzo il rogo del Nurburgring e la sublimazione di una leggenda. Niki, senza accorgersene, affratellò italiani e austriaci: si è fatto seppellire indossando la tuta della Ferrari ed è uno dei pochi eroi agonistici del Novecento di cui resista la memoria.

Più o meno siamo lì anche con Gustavo Thoeni. Alto atesino di Trafoi, Campionissimo con gli sci ai piedi, in bacheca un oro e due argenti olimpici, due titoli mondiali e quattro Coppe del Mondo. Per le sue origini sul confine, in un’epoca, alba anni Settanta, ancora molto segnata da diatribe nazionalistiche, l’austero Gustavo venne non di rado tirato per la giacchetta. Ma la sua risposta (“Io non credo nelle divisioni, sono un italiano dell’Alto Adige e quando per le mie vittorie suonavano le note dell’inno di Mameli sono sempre stato orgoglioso”) fece epoca e fece giustizia di tante scempiaggini. Non per niente e non per caso, una volta diventato allenatore, Thoeni fu il maestro perfetto per un figlio dell’Italia della pianura padana, Alberto Tomba. La combinazione fra speck e tortellini fu qualcosa di irresistibile e al diavolo l’ortodossia gastronomica...