di Paolo Franci Guardate allo ‘United Colors of Mancio’ che, un po’ alla Andy Wahrol è disposto a concedere un quarto d’ora di celebrità azzurra a chiunque la meriti. Guardate e poi voltatevi dall’altra parte, perchè con quello che stiamo per raccontarvi la curva di pensiero di Mancini c’entra come un salmone sulle Alpi. Perchè c’è tanta di quella gente che una sola maledetta chance - magari una sola alla Wahrol eh - l’avrebbe meritata. Eccome. E, se per Theo Hernandez e Veretout, giusto per fare un esempio, incredibilmente le porte di Deschamps sono ancora sbarrate ma prima o poi si apriranno,...

di Paolo Franci

Guardate allo ‘United Colors of Mancio’ che, un po’ alla Andy Wahrol è disposto a concedere un quarto d’ora di celebrità azzurra a chiunque la meriti. Guardate e poi voltatevi dall’altra parte, perchè con quello che stiamo per raccontarvi la curva di pensiero di Mancini c’entra come un salmone sulle Alpi. Perchè c’è tanta di quella gente che una sola maledetta chance - magari una sola alla Wahrol eh - l’avrebbe meritata. Eccome. E, se per Theo Hernandez e Veretout, giusto per fare un esempio, incredibilmente le porte di Deschamps sono ancora sbarrate ma prima o poi si apriranno, nell’infinito rotolar del pallone ce ne sono di ragazzi, alcuni divenuti leggenda, che almeno una chiamatina l’avrebbero meritata. Hai voglia.

Pensiamo all’indimenticabile Agostino Di Bartolomei, uno straordinario centrocampista che il barone Liedholm piazzò là dietro per impostare dal basso e sfruttarne il lancio pittorico che ogni volta si trasformava in affresco per gli attaccanti. ‘Ago’ non riuscì mai a vestire l’azzurro, se non quello dell’Under. E a proposito di quelle sfide anni ‘80 e alle scintille sui tacchetti di Juve e Roma, come ignorare Sergione Brio, protagonista di epiche battaglie con Roberto Pruzzo e colonna della Juve di quei tempi e sistematicamente ignorato dai ct dell’epoca? Oddio, la concorrenza era mostruosa quando l’Italia era la Repubblica dei padri fondatori della fase difensiva: Collovati, Bergomi, Scirea, Gentile, Ferri, Vierchowood. Altro giro, altro Re degli Ignorati, Pietro Paolo Virdis. Un Dorian Gray del gol, perchè ad ogni esultanza ringiovaniva fino ad attraversare la Serie A per 15 anni e oltre, senza mai perdere il fiuto del gol. E a proposito di bomber bellamente dimenticati dalla Nazionale, pensate quante volte avrebbe giocato oggi con il Mancio, uno come Darione Hubner, che sapeva essere cachemire e testuggine a seconda del bisogno.

Finì invece ingoiata dal trionfo Mundial del 1982 la più grossa querelle dell’epoca sulla mancata convocazione di un calciatore. E cioè Evaristo Beccalossi, un incantatore del pallone che Bearzot ignorò sistematicamente e tallone d’Achille del ct. Al punto che nel giorno in cui l’Italia partì per la Spagna, insultato da una tifosa per non aver convocato il ‘Bec’, reagì dandole uno schiaffo. Vero che Seb Rossi, uno degli Invincibili del Milan era chiuso da tre autentici demoni dei guanti come Pagliuca, Peruzzi e Marchegiani, però almeno una chiamatina per tenerlo caldo l’avrebbe meritata. Erano però altri tempi. Negli ultimi decenni del secolo scorso si ragionava per ‘blocchi’ – la presenza di molti giocatori della squadra più forte: uno dei più famosi fu il blocco Juve del 1982 - e chi era titolare lo era e basta e, per perdere il posto, doveva giocare in contromano per mesi. Oggi non è più così. Ne citiamo qualcun altro: Garella, Amoruso, Pecchia, Bruscolotti, Filippo Galli, Paolo Di Canio e Franco Ossola, jolly offensivo del Grande Torino che si spense sulla collina di Superga. E tra gli allenatori? Nereo Rocco, indiscutibilmente.