Roma, 10 dicembre 2020 - Chi c’era, saprà sempre dirvi dove stava quel 5 luglio del 1982. Quando Paolo Rossi segnò tre gol al Brasile, aprendo all’Italia la porta del trionfo Mundial. Io, per dire, avevo appena superato un esame alla università. Diritto del lavoro. Non potevo immaginare che qualche ora dopo mi sarei trovato dentro una fontana, tra coetanei impazziti con il tricolore che sventolava.

Paolo Rossi, in arte Pablito, non è stato solo un grande centravanti. È stato il simbolo di un Paese che disperatamente voleva lasciarsi alle spalle gli incubi degli Anni di Piombo. Che idealmente andarono in archivio nella gioia tumultuosa della finale iridata contro la Germania, l’11 luglio 1982. E naturalmente il primo gol lo segnò lui, Pablito.

Anonimo nel nome e nel cognome, il ragazzo non aveva il fisico del calciatore. Le ginocchia erano fragili, le gambe sghembe, il passo incerto. Eppure, mica è da questi particolari che si giudica un giocatore. Rossi aveva inventato il GPS sul campo. Cioè sapeva in anticipo cosa avrebbero fatto avversari e compagni. Geniale era il suo senso della posizione: nel cuore di ogni carambola, nel parapiglia di ogni rimpallo, lui era inesorabilmente al posto giusto.

Ad inizio carriera la Juve lo aveva scartato per la fragilità descritta sopra. Lui riparò in provincia. A Vicenza un allenatore visionario, Gibi Fabbri, ne valorizzò le doti segrete. Insieme quasi vinsero lo scudetto e nel frattempo Paolo diventò Pablito, complice il mondiale in Argentina del 1978, quando conquistò la fama globale.

Ho detto che Rossi fu il testimonial di una Italia che voleva rialzarsi. Lo fu anche per se stesso: nel 1980 gli inflissero due anni di squalifica per una partita taroccata, dissero che non aveva preso soldi ma preteso di firmare una doppietta. Come se ne avesse avuto bisogno. Giocava nel Perugia, scontò la pena, si allenò in silenzio con la Juventus. E poi venne quel 5 luglio del 1982 e la sua vita ricominciò, mentre regalava un attimo eterno di felicità a noi che c’eravamo.

Uomo mite, mai sopra le righe, si era allontanato dal calcio una volta conclusa, nel 1987, la non lunghissima carriera, arricchita da scudetti e coppe europee in bianconero. Aveva il garbo umile dell’italiano di provincia: zero arroganza, la consapevolezza che ogni cosa ha il suo tempo, la buona educazione di chi ha fatto gol alla Storia, contribuendo un po’ a cambiarla. Grazie, Pablito. Di tutto.