La scrittrice Fiora Gandolfi insieme al marito, l’allenatore HHelenio Herrera
La scrittrice Fiora Gandolfi insieme al marito, l’allenatore HHelenio Herrera
Chi era Helenio Herrera? "Un uomo unico. Inafferrabile, irriducibile, incrollabile. Avanti anni luce su tutto: come lui ne nasce uno ogni secolo". Fiora Gandolfi, classe 1936, viene da una famiglia trevigiana benestante e colta ("ma a casa si parlava veneto"), ha studiato con il metodo Montessori, scuole francesi, facoltà di Lingue all’Università di Roma. Vive a Venezia a due passi da San Marco e Rialto, in un palazzo del ‘400 "violentato dai bed & breakfast". È artista concettuale, fotografa, scrittrice, giornalista, pittrice, stilista, costumista. Moglie del più grande allenatore di calcio di tutti i tempi: Helenio il Mago, creatore di quell’Inter che cominciava con Sarti, Burgnich, Facchetti e finiva con Suarez, Corso. Lo squadrone che dominò il mondo nei primi anni ‘60. Grazie a lui: Herrera. Come l’ha conosciuto? "Era il 1969. Intervistavo personaggi dell’arte come David Hockney e Sonia Delaunay per il giornale. Mi chiesero qualcuno del calcio a Roma. Giorgio Tosatti del Corriere dello Sport suggerì Herrera. Non sapevo nulla di lui. Allenava i giallorossi: sono partita con la 500 per Grottaferrata". Primo impatto? "Mi aspettavo un tipo pittoresco, invece era elegante e cortese. La brillantina sui capelli. Ci sedemmo in un brutto bar a ridosso del campo e parlammo....

Chi era Helenio Herrera?
"Un uomo unico. Inafferrabile, irriducibile, incrollabile. Avanti anni luce su tutto: come lui ne nasce uno ogni secolo".

Fiora Gandolfi, classe 1936, viene da una famiglia trevigiana benestante e colta ("ma a casa si parlava veneto"), ha studiato con il metodo Montessori, scuole francesi, facoltà di Lingue all’Università di Roma. Vive a Venezia a due passi da San Marco e Rialto, in un palazzo del ‘400 "violentato dai bed & breakfast". È artista concettuale, fotografa, scrittrice, giornalista, pittrice, stilista, costumista. Moglie del più grande allenatore di calcio di tutti i tempi: Helenio il Mago, creatore di quell’Inter che cominciava con Sarti, Burgnich, Facchetti e finiva con Suarez, Corso. Lo squadrone che dominò il mondo nei primi anni ‘60. Grazie a lui: Herrera.

Come l’ha conosciuto?
"Era il 1969. Intervistavo personaggi dell’arte come David Hockney e Sonia Delaunay per il giornale. Mi chiesero qualcuno del calcio a Roma. Giorgio Tosatti del Corriere dello Sport suggerì Herrera. Non sapevo nulla di lui. Allenava i giallorossi: sono partita con la 500 per Grottaferrata".

Primo impatto?
"Mi aspettavo un tipo pittoresco, invece era elegante e cortese. La brillantina sui capelli. Ci sedemmo in un brutto bar a ridosso del campo e parlammo. Disse una frase in perfetto francese e questo mi colpì: che strano, pensai. Iniziammo a frequentarci".

Per i giornali era la dama rossa?
"Neanche li guardavo. Telefonò per scusarsi della pubblicità inopportuna. Una galanteria".

Fra voi c’erano 26 anni di differenza.
"Ma figuriamoci, non ci badavo. Alla sua morte ho trovato un documento: la data di nascita era il 1910, non il 1916 come da passaporto. Per errore lo zero era diventato un sei nella trascrizione. Certo lui ha giocato sull’equivoco. Ho corretto con un pennarello l’incisione sulla lapide. È sepolto a San Michele, vicino alla tomba di Ezra Pound. Le ceneri sono in un’urna a forma di Coppa dei Campioni avvolta da sciarpe nerazzurre".

Si raccontano storie favolose sulle sue origini.
"Era nato in un’isola del Rio della Plata o del Tigre. Famiglia poverissima venuta dall’Argentina. Il padre Paco il sivigliano era carpentiere. La madre Maria si arrangiava con i lavori più umili, ci fu un tempo in cui andò a servizio da una famiglia inglese aristocratica: Helenio imparò che il tè si prende at five o’clock ".

Se ne tornarono in Europa?

"Sbarcarono a Casablanca, in una capanna costruita dal padre. Lui era operaio, magazziniere, tornitore, carbonaio. Giocava a pallone, la sua passione: la sera si caricava i pali delle porte e li riportava a casa, per evitare che glieli rubassero".

Esperienze che segnano?
"Chi nasce povero sa il valore del denaro. Diventato famoso ha preteso compensi mai visti prima nel calcio. Gli allenatori di oggi devono ringraziarlo: Mourinho è quello che più gli somiglia per spirito e intelligenza. Della giovinezza gli era rimasta addosso la capacità di annusare i ladri: nella vita e nel calcio".

Frequentò l’università della strada?
"Studiava e imparava. Francia, Spagna: divenne uno scienziato del pallone che rivoluzionò con riti e formule sue. Stregone, psicologo, filosofo, motivatore. Usava matite rosse e nere per annotare i segreti in una lingua inventata: l’esperanto del calcio. Mescolanza di andaluso, arabo, francese, inglese e italiano. Affidai i taccuini a Facchetti, un puro, il giocatore che ha amato di più".

Il simbolo della grande Inter costruita da lui?
"Angelo Moratti l’aveva voluto a Milano. Impose subito ritiri, alimentazione rigorosa, cartelli e slogan negli spogliatoi. Vinse tutto".

Come lo accolsero i calciatori?
"Era adorato oppure odiato. Mario Corso lo sfotteva chiamandolo mona , era nella manica del presidente ed Herrera faceva finta di niente. Di altri ottenne l’epurazione. Intransigente con la truppa capiva però che qualcosa doveva concedere: chiudeva gli occhi se scopriva un salame nascosto nell’armadio. Si lasciava fregare consapevolmente, tradire mai".

Applicava gli stessi metodi spartani a sé?
"Yoga, meditazione e ginnastica mentale con i numeri. Macrobiotica. Non beveva e non fumava. Fu folgorato da Sant’Ignazio di Loyola: tradusse gli esercizi spirituali in ritiri per la squadra".

Era credente?
"Non era battezzato ma devoto alla Vergine di Guadalupe e alla Madonna di Lourdes: due figure materne. Passava molto tempo nelle chiese dove poteva riflettere. Camminava solitario cercando cielo, acqua, terra e aria. Il fuoco era lui".

Dalle iniziali lo chiamavano habla habla, parla parla.
"Macché. Parlava poco e ascoltava in silenzio. Le mani intrecciate come Escrivá de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei".

Era un mago?
"Da bambino restava ipnotizzato davanti ai guaritori che praticavano la magia bianca al mercato di Casablanca: strofinavano le zampe di un camaleonte e la ferita spariva. Il suo Taca la bala , stai attaccato alla palla, richiama abracadabra. Era un prestigiatore".

Un prestigiatore?
"Velocissimo di azione e pensiero, tanto da essere perfino fastidioso a volte. Quando tornavamo a casa mi precedeva di due rampe di scale: si sbottonava la camicia e slacciava le scarpe salendo. Poi filava sotto la doccia. Io arrivavo ansante e lo trovavo a letto addormentato. Non sprecava un attimo di vita".

Aveva amici?
"Nessuno. Pensava calcio, il calcio era tutto. Però lo accompagnavo al cimitero di Trieste aspettando in macchina: rendeva omaggio a Nereo Rocco, l’allenatore del Milan. Due più diversi non esistevano. Ma c’erano stima e affetto".

L’ha mai allenata?
"Un giorno mi ha portata a correre a Villa Borghese. Op, op, op, incitava. C’era un ostacolo: salta, mi fa. Ho saltato".

Quanto l’ha amato?
"Ci siamo trovati e riconosciuti. Uniti per quasi trent’anni con due figli: Helios e Luna, adottata da bambina. Eravamo due irregolari che hanno sempre fatto, pensato e detto a modo loro. Ho rispettato anche i suoi tradimenti purché avessero qualità. Le donne gli piacevano molto".

Com’è stato l’ultimo minuto di Herrera?
"Ero a Parigi, Luna mi avvertì dell’infarto. Chiama l’ambulanza subito, le raccomandai. Ai medici Helenio disse di aspettare perché doveva finire di radersi. Chiamai l’ospedale: ven a buscarme, vieni a prendermi. Spiegò: l’infermiera ha il culo gordo, grosso, e il passo pesante, se mi prende un attacco non arriverà in tempo. Era allenatore anche in quel momento".

La sua è una presenza o un’assenza?
"Lo sento dietro di me, angelo protettore. Dormivamo abbracciati: quello mi manca, la sua tenerezza".