Leo Turrini

Peccato per quei 10 chilometri di troppo. Altrimenti, in maniera clamorosamente sorprendente, Silverstone si sarebbe trasformata in una versione sull’asfalto di Wembley, giusto ad una settimana di distanza.

Davvero, c’è mancato poco. La Ferrari è arrivata a un passo da un successo stupefacente, svanito soltanto in extremis. Merito indiscutibilmente di Carletto Leclerc, che non appena gli si presenta l’occasione dimostra per intero il suo enorme talento. Ma è stata brillante e competitiva anche la macchina.

Forse sarò costretto a rivedere il mio critico giudizio su Mattia Binotto, il pericolante capo del reparto corse di Maranello. Mettiamola così: non sarà un leader come Roberto Mancini, ma nemmeno è il sosia del suo imitatore Crozza.

Dopodiché, vengo all’altro episodio della domenica inglese. Io conosco da molti anni, anzi da decenni, la psicologia dei piloti. So bene che, più forti sono, meno sono disposti ad accettare la sconfitta.

E questo atteggiamento mentale li porta inevitabilmente, non di rado, ad esagerare. Mi vengono in mente Senna, Prost, Schumacher...

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