Mercoledì 17 Luglio 2024
ANTONELLA COPPARI
Politica

Le alte cariche Ue. Meloni alza il muro, trattative congelate: "Rispettate il voto"

Il candidato socialista al posto di Michel non piace al Ppe: poco duro con Putin. Per la presidenza dell’Europarlamento sembra confermata la staffetta

Roma, 18 giugno 2024 – Alle otto di sera i 27 ancora non sono seduti a tavola. Segno che, qualcosa non è andato per il verso giusto nella cena dei capi di Stato e di governo dalla quale dovevano uscire i nomi dei top jobs dell’Unione europea. A mettere subito i bastoni tra le ruote a Ppe, S&D e Liberali è Giorgia Meloni: non si può non tenere conto di chi ha vinto le elezioni – il senso del ragionamento – le cose vanno concertate, ci vediamo tra dieci giorni. Ovvero, al Consiglio europeo del 27-28 giugno. Non è sola: alcuni partecipanti al ’conclave’ di Bruxelles chiedono di vedere il programma, prima di dare l’okay. E per avere le spalle coperte, ogni gruppo presenta la sua terna di candidati. Manca poco a mezzanotte quando la cena finisce senza un accordo sul poker di nomi benedetto a monte dai popolari, dal liberale Macron e il socialista Scholz: Ursula von der Leyen confermata alla presidenza della Commissione, Roberta Metsola alla presidenza dell’Europarlamento nei primi due anni e mezzo di legislatura, poi il testimone passa ai socialisti come da prassi; il portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio europeo, la prima ministra estone, Kaja Kallas, nuovo rappresentante dell’Ue per la politica estera.

La premier Giorgia Meloni a Bruxelles
La premier Giorgia Meloni a Bruxelles

Dubbi diffusi ce ne sono anche al netto di Meloni. Antonio Costa, per dire, è considerato da molti troppo morbido con Putin, peccato mortale a Bruxelles. "Ci sono perplessità sul suo nome nel Ppe", conferma il vicepremier, Antonio Tajani, nel pomeriggio al termine della riunione dei popolari. Che chiedono il metodo della staffetta per il vertice del Consiglio europeo: deve durare cioè due anni e mezzo non cinque. Qualche ombra c’è anche sulla Kallas: è accusata di pensare esclusivamente alla questione dei confini orientali. "Vedremo come finirà. Purché pensi anche al Sud", sottolinea Tajani. E il nome più importante? Ufficialmente sulla candidatura di Ursula von der Leyen non ci sono problemi. Almeno non emergono nella raffica di incontri, vertici, chiacchierate informali che costellano le ore prima della cena.

Resta l’incognita Macron: "Potrebbe obiettare – ammette Tajani – ma il Ppe ha numeri tali da indicare non solo il candidato, anche il suo nome". In realtà il braccio di ferro più vistoso è proprio su Giorgia Meloni, che nel pomeriggio ha incontrato il premier ungherese Orban e l’ex premier polacco Morawiecki con cui ha parlato non solo dei ruoli apicali europei, anche di futuri assetti della destra.

I socialisti sono tassativi: "Mai con FdI". Il terminato: "In Parlamento non deve esserci alcun sostegno per il presidente della Commissione che si basi su partiti di destra e populisti di destra". I Verdi il cui voto per Ursula è necssario come rete idi protezione contro i franchi tiratori la vedono allo stesso meodo: "Disponibili per la coalizione, ma senza FdI". I popolari e in particolare la candidata von der Leyen non sono dello stesso avviso. Lo scandalo del giorno è la denuncia del sito politico.eu secondo cui la presidente avrebbe ritardo l’approvazione di un rapporto dell’Unione europea che critica l’Italia per l’indebolimento delle libertà dei media per ingraziarsi la premier italiana. Vero? Falso? Di sicuro Ursula ha bisogno della trentina di voti Ecr che Meloni potrebbe garantirle per andare sul sicuro. Ma l’intero Ppe, in un’Europa che vira a destra, non ha intenzione di apparire sbilanciato a sinistra e teme di trovarsi ostaggio dei sociasti e soprattutto dei Verdi. E d’altra parte, quando il nome indicato dal Consiglio europeo di fine mese passerà al vaglio del Parlamento europeo, prevedibilmente il 18 luglio, nessuno potrà vietare a un gruppo di mettere la crocetta a piacimento, tanto più nel segreto dell’urna. L’unico modo per ostacolare il voto tricolore a favore di von der Leyen, sempre che sia lei, sarebbe negare all’Italia ciò che Meloni chiede: una vicepresidenza e un commissario di serie A. Più facile a dirsi che a farsi: sarebbe uno sgarbo difficilmente giustificabile nei confronti del Paese e non solo del suo governo.