Doveva essere di tutto riposo, ordinaria amministrazione, la ripresa dei lavori d’aula nella Camera dei Deputati. Tranne le schermaglie sulla legge elettorale (martedì prossimo si riunirà l’ufficio di presidenza della Prima commissione e, forse, si arriverà a un voto a maggioranza che licenzierà, seppure solo in commissione, il testo base del Brescellum), in Aula è all’esame il decreto Covid che, dopo una coda di polemiche, proroga lo stato di emergenza fino al 15 ottobre. La bagarre, però, scoppia subito ed è...

Doveva essere di tutto riposo, ordinaria amministrazione, la ripresa dei lavori d’aula nella Camera dei Deputati. Tranne le schermaglie sulla legge elettorale (martedì prossimo si riunirà l’ufficio di presidenza della Prima commissione e, forse, si arriverà a un voto a maggioranza che licenzierà, seppure solo in commissione, il testo base del Brescellum), in Aula è all’esame il decreto Covid che, dopo una coda di polemiche, proroga lo stato di emergenza fino al 15 ottobre.

La bagarre, però, scoppia subito ed è tutta interna alla maggioranza. Nel dl Covid, infatti, c’è una norma – fortemente voluta direttamente dal premier Giuseppe Conte (nella foto) – che modifica la legge sui servizi segreti del 2007, prevedendo una proroga di quattro anni di tutti i vertici (Dis, Aisi, Aise). Ma ecco che ben 50 deputati M5s, inferociti e trasversali a tutte le correnti e ‘anime’ del Movimento, sottoscrivono un emendamento per sopprimere, nel dl Covid, quella norma. La prima firmataria è Francesca Dieni, che interviene anche in Aula per manifestare il suo dissenso ("La normativa che riguarda i Servizi, quindi la sicurezza nazionale, non riguarda alcuni o pochi ma tutti" dice furibonda), ma tra i nomi ci sono pentastellati di spicco (Silvestri, Grande, Baldino, Iovine) e tutti i membri delle commissioni Affari costituzionali e difesa.

Il governo mangia la foglia. Temendo che, nel voto su quell’articolo, si saldino i voti del centrodestra con i firmatari pentastellati dell’emendamento, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, corre in Aula per porre subito la questione di fiducia sull’intero decreto col fine di far decadere l’emendamento. Intanto, i vertici del Movimento provano a far ritirare la proposta, ai loro ma senza riuscirci. La tensione si taglia con il coltello: sia Vito Crimi che il viceministro Buffagni iniziano un pressing fortissimo per ottenere il ritiro di alcune firme. Così, ma dopo ore, dal documento dei ribelli scompaiono le firme di Silvestri (volto storico del M5s, oggi tesoriere del gruppo, ex capogruppo) e di Del Grosso. Eppure, il malessere dei grillini dissenzienti resta alto e, oggi, nel voto di fiducia potrebbe trasformarsi in banchi vuoti e assenze polemiche pur di non votare così il decreto.

L’opposizione, ovviamente, ci va a nozze. "Mettono la fiducia perché si stanno scannando" nota beffardo Salvini. Il capogruppo di Fd’I alla Camera, Francesco Lollobrigida, mette agli atti: "Non ci sono spiegazioni per la fiducia se non che la maggioranza è dilaniata dalla norma sui servizi e ha condizionato i lavori spingendo per questa forzatura".