I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini (Ansa)
I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini (Ansa)

Roma, 19 febbraio 2019 - Salvini la scampa e l’asse con Di Maio ne esce più saldo. Ma il messaggio che esprime Rousseau – mai così diviso nella storia grillina – è chiaro: se il leghista vuole tenere in piedi l’alleanza, deve evitare di calcare la mano. «Grazie per la fiducia – commenta Matteo – Ero tranquillo prima e lo sono adesso. Stiamo governando bene con Luigi, che ho ringraziato con un sms per la correttezza, e sono contento che pure i sostenitori l’abbiano capito». I nervi dei pentastellati sono fuori controllo, però il governo per ora può tirare avanti anche se non gode di ottima salute per le ferite della gamba “gialla”: «Far votare i cittadini è parte del Dna dei 5 Stelle – sospira di sollievo il capo M5S – lo faranno anche sulla riorganizzazione che partirà presto». Sotto gli occhi attenti del Quirinale, i due soci hanno fatto a gara, alla vigilia, per minimizzare la portata dell’evento assicurando che nemmeno un voto a favore dell’autorizzazione a procedere l’avrebbe messo in pericolo. Se non proprio una bugia, una prova d’ottimismo: l’ok al processo avrebbe in realtà creato deflagrazioni a catena. Non solo per il rancore che avrebbe nutrito la Lega per gli alleati, anche perché la questione rischiava di riproporsi all’indirizzo del leader politico del Movimento, del ministro Toninelli e dello stesso premier coinvolti nel medesimo caso. 
 
Nel dubbio, quella che pareva la minaccia peggiore è stata sventata grazie a quei militanti che hanno messo la stabilità del governo al di sopra del loro credo. Conte & co. possono dormire sonni tranquilli? «Lega e grillini possono andare a braccetto», come ironizza Berlusconi? Non proprio: stavolta le divergenze nei 5 Stelle sono state reali. E se ne vedrà una traccia quando in Senato si arriverà al voto dell’aula: lì i dissidenti non mancheranno, ma espellerli perché si sono attenuti a un principio cardine del Movimento sarà complicato. E tuttavia i senatori sono il problema minore: la grana vera è che questo voto ha creato una spaccatura che scuote M5S in un momento di grande debolezza. Per ora non succederà niente: la componente ‘perdente’ masticherà amaro, senza esplodere. Anche perché, per reazione, i vertici pentastellati sono intenzionati a chiedere qualcosa in cambio su Tav e Autonomia. Ma che cosa succederà se le prossime elezioni, dalle regionali di domenica in Sardegna fino alle Europee, confermeranno il verdetto abruzzese? Inevitabilmente i nervi salteranno ai ‘duri e puri’ con esiti tutti da vedere. Allo stato, tre le possibilità: M5S potrebbe decidere di far cadere il governo, affrontando il rischio di elezioni anticipate.
 
L’altra soluzione è che M5S si divida tra l’ala governista e quella legata ai principi: non a caso nel dibattito furibondo che si è scatenato in questi giorni, gli attivisti fedeli alla legalità hanno sbandierato l’eredità di Gianroberto Casaleggio – mettendolo in contrapposizione con il figlio Davide – considerandola tradita da questo voto. Pure la via della scissione, però, è impervia: a contrastarla, il senso d’identità forte e di fedeltà al Movimento che distingue i militanti pentastellati rispetto a quelli di qualsiasi altro partito. Ultima ipotesi, la più probabile, è che i big 5 Stelle decidano di stringere i denti e di andare avanti sperando in tempi migliori e in occasioni più opportune. Significherebbe, però, una trasformazione radicale del Dna stesso di M5S, alla quale Di Maio non nasconde di stare già lavorando Per la prima volta, forse non per l’ultima, i 5 Stelle si sono comportati da partito e non da movimento, mettendo l’opportunità politica al di sopra dell’integralismo dottrinario.