Matteo Renzi con Nicola Zingaretti (Ansa)
Matteo Renzi con Nicola Zingaretti (Ansa)

Roma, 17 agosto 2019 - Trattativa all’ultimo miglio? Inciucio giallo-rosso di fatto chiuso? Suvvia: serve un po’ di sale in zucca. La crisi ancora non è aperta, semmai accadrà martedì quando Conte si presenterà in Senato, assurdo dunque mettere il carro davanti ai buoi come ha fatto Renzi "in modo avventato". Nella giornata dei boatos, o per dirla con Di Maio delle fake news, in cui qualcuno mette in giro la voce di un Salvini pronto a tornare sui suoi passi, il segretario del Pd Zingaretti batte un colpo e detta le sue condizioni per un accordo con i grillini: «No a soluzioni pasticciate e di corto respiro». 

Quanto poco gli piaccia l’idea di un governo con M5s (e LeU) nato dalle ceneri di quello attuale è noto: lui vorrebbe elezioni quanto prima. "Fino a 22 secondi prima Renzi diceva che io ero il traditore e volevo fare fare accordi con i 5 stelle... La sua mossa ora li ha resuscitati, permettendo loro di scegliere fra noi e la Lega". 

Però sa bene che se mette l’asticella troppo in alto, rischia di spaccare il suo partito: "Questo è il passato – aggiunge – adesso è il tempo dell’unità e dei contenuti». Sì, perché se i renziani sono pronti a tutto pur di arrivare alla meta, anche altri nel Pd non disdegnano quell’intesa che tanto preoccupa pure Berlusconi. A partire da Franceschini per arrivare al capo dei deputati Delrio: «Ciò che serve è un accordo alla tedesca, come Cdu e Spd, una cosa scritta. Ci si mette a sedere, si tratta, si analizza ogni punto per il bene del Paese, convocando le menti migliori, per dare un’impronta diversa. Occorre abbassare il cuneo fiscale, il salario minimo, una legge sulla rappresentanza".

D’altra parte, Zingaretti non può nemmeno mettere l’asticella troppo in basso, perché poi corre sul serio il pericolo di dover ingoiare una soluzione che gli risulta indigesta. In questa partita, trova una sponda indiretta nel Quirinale che, si sa, non è entusiasta di una roba fatta giusto per guadagnare qualche mese. 

Il capo dello Stato, tornato ieri dalla Maddalena sul Continente per essere pronto a gestire la crisi, preferirebbe – volendo i partiti evitare le urne – un governo di legislatura, basato un accordo solido che veda coinvolti tutti i Cinquestelle, oltre al Pd e LeU. In uno scenario ancora virtuale, dove tutti si muovono alla cieca, ha dunque gioco facile Zingaretti ad affidarsi proprio al Colle: "Solo nello sviluppo di una crisi sotto la guida di Mattarella si potranno verificare se esistono le condizioni numeriche e politiche per un governo con una larga base parlamentare". Due i punti chiave di questo disegno: intanto, un programma chiaro e condiviso. 

I grillini – spiegano dalle parti del Nazareno – devono essere pronti a ritirare alcune misure che i democratici hanno sempre attaccato come i decreti sicurezza e il reddito di cittadinanza. 
Se sui provvedimenti cari a Salvini i pentastellati non hanno problemi a tornare indietro, molto ma molto più complicata appare la rinuncia a una misura simbolo come il reddito di cittadinanza. Ma, soprattutto, Zingaretti chiede discontinuità sui nomi, ovvero vuole metter fuori dal governo chi c’è stato finora. Se Di Maio è il primo da "sacrificare", l’altra testa da tagliare è quella di Conte. E non sarà un’impresa facile.