Lunedì 15 Aprile 2024

Formica, il grande vecchio: "I fascisti li graziò Togliatti. Ma con le loro idee nessuna pace è possibile"

L’esponente socialista, più volte ministro, sul dibattito nato attorno al 25 aprile: "Fini? Il suo appello alla premier sull’antifascismo non ha ragione d’essere . La destra italiana è stata sempre reazionaria e autoritaria. E tale resta"

"La pacificazione con i fascisti è avvenuta con l’amnistia di Togliatti. La pacificazione con il fascismo, invece, non c’è stata e non ci potrà essere mai". Dunque, la chiamata alla riconciliazione nazionale, come quella dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante, è fuorviante: "Ha la vista corta del magistrato inquirente che confonde le responsabilità individuali con il pericolo intrinseco a una dottrina reazionaria". Ma anche i moniti rivolti a Giorgia Meloni, come quello di Gianfranco Fini, sono destinati a rimanere inascoltati: "Non può chiedere alla destra di non fare la destra". Dall’alto dei suoi quasi cento anni (96 compiuti il 1° marzo scorso), Rino Formica, l’ultimo dei grandi vecchi del socialismo italiano, è sferzante e senza fronzoli, come lo è stato per una vita. Senza sconti per nessuno.

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Non c’è possibilità di arrivare a una storia condivisa?

"La cosiddetta discussione sulla storia condivisa copre una falsità: che fascismo e antifascismo hanno la stessa importanza, nel senso che sono avvenimenti della storia e che, come tali, non sono confrontabili come fenomeni alternativi, ma come fenomeni necessitati dalla storia".

E invece in che termini va posta la questione?

"L’antifascismo non è semplicemente lo schieramento di una forza per contrastare una tendenza autoritaria, dispotica, illiberale nell’ordinamento del sistema politico della società, ma è soprattutto il segnale di un pericolo permanente che esiste. C’è, insomma, un valore universale permanente dell’antifascismo, che segnala un pericolo. Poi, se questo pericolo dovesse manifestarsi, l’antifascismo organizza, mobilita, ma la segnalazione del pericolo viene prima, è la preparazione spirituale e materiale per contrastare l’eventuale realizzazione del pericolo".

E il fascismo, in questa visione, come si colloca?

"Il solo, semplice, annuncio del fascismo, e, dunque, dell’autoritarismo, del totalitarismo, della soppressione delle libertà, del rovesciamento dell’ordine democratico del Paese, è già un pericolo. Tanto che la Carta costituzionale, che viene tirata da più parti, è esplicita, nel punto dodici delle norme finali, quando stabilisce che non può essere riorganizzato un partito fascista sotto qualsiasi forma. Perché si tratta di una dottrina che ha dentro di sé il pericolo fin dall’annuncio".

Davvero crede che ci sia un rischio di derive autoritarie?

"È la presenza di un governo di destra, per la prima volta dopo 80 anni, che costituisce l’annuncio di un pericolo. Si parla di questo, in maniera preoccupata da una parte, baldanzosa dall’altra, perché il pericolo c’è. E non certo per le dichiarazioni di qualche sprovveduto o di qualche avanguardista o dadaista o futurista che c’è nella destra, ma perché nelle politiche sociali, economiche, dell’immigrazione, vediamo che c’è un rigurgito del disprezzo per ogni tendenza liberalizzatrice della società e liberale delle istituzioni".

Eppure un antifascista come Luciano Violante sostiene che "Meloni è estranea al fascismo", allontanando i rischi di derive estremiste.

"Violante è un abile magistrato inquirente che sa evidentemente utilizzare atteggiamenti diversi per piegarli alla propria tesi che in questo caso non è una tesi da dibattito penalistico, ma è una tesi di carattere politico. E quando i magistrati fanno politica corrono rischi alti di confondere la tendenza accusatoria tipica del magistrato inquirente in atteggiamenti di giudizio politico. Ognuno è libero di avere le sue interpretazioni, ma io andrei molto cauto, perché la sua interpretazione è contro la storia nazionale italiana. In Italia il fascismo va giudicato, come l’antifascismo, come scelta di valori fondamentali, non confondibili, alternativi, perché l’uno nega l’altro".

Questo allontana di fatto ogni possibilità di pacificazione.

"La pacificazione nazionale è un’altra cosa. La pacificazione nazionale fu fatta in Italia nel ’46. Ci furono l’amnistia e la Costituzione e anche nella norma costituzionale si tengono distinte le responsabilità dei singoli fascisti dalla responsabilità del fascismo e dalla pericolosità della dottrina fascista. Sono cose distinte. C’è la pacificazione con i responsabili individuali. Non c’è la pacificazione con dottrine che uccidono e distruggono la democrazia".

Dunque, non c’è bisogno di nuove pacificazioni?

"Non c’è bisogno di nuove pacificazioni. Il referendum liquidò la monarchia e il fascismo. E la Carta costituzionale stabilì quali erano e sono i valori sui quali doveva vivere il nuovo Stato costituzionale italiano".

Ma, proprio in questa prospettiva, Gianfranco Fini chiede alla Meloni di riconoscere il valore dell’antifascismo.

"Fini ha avuto una sua evoluzione personale, ma non può far riconoscere alla Meloni quello che non intende riconoscere. Lui chiede alla destra di non essere la destra, ma la destra italiana è stata sempre reazionaria, autoritaria, fascista. Non c’è mai stato un partito conservatore, liberale di massa come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Meloni difende la sua origine che è un’origine non distruttibile da parte sua, quella della famiglia alla quale ha appartenuto. E se non possiamo addebitare a lei, che non ha vissuto l’esperienza del fascismo, i reati o le tragedie, possiamo, però, attribuirle la responsabilità politica del fascismo nel momento in cui non pronuncia mai la parola antifascismo".