Giuseppe Conte a Milano (Ansa)
Giuseppe Conte a Milano (Ansa)

Roma, 28 aprile 2020 - "Tutti speravano di tornare presto alla normalità, ma non ci sono le condizioni per tornare alla normalità". Giuseppe Conte vola, in serata, in Lombardia: è la prima volta che il premier visita la regione dall’inizio dell’emergenza Covid, ma anche la prima volta che esce da Roma, dal 27 febbraio. Parla davanti alla prefettura di Milano, dove dice anche – quasi a voler sfidare l’impopolarità crescente che ieri dilagava, non solo sui social – che "stiamo facendo tanti sacrifici, non è questo il momento di mollare, di un ‘liberi tutti’. Questo governo non cerca consenso, vuole fare le cose giuste, anche se ciò potrebbe scontentare i cittadini". L’inizio della Fase 2, per il governo Conte, non è stato come quello, baciato dai molti consensi, della Fase 1. Da domenica notte e, poi, man mano, per tutto ieri, un’ondata ininterrotta di proteste, polemiche, fughe in avanti, ha segnato il day after del decreto sul 4 maggio.

E così, senza preavviso, Conte si catapulta in Lombardia, governata da quel Fontana con cui i rapporti sono un dialogo tra sordi e fortino della Lega che grida "riaprite tutto", proprio come Renzi, gli industriali, i vescovi. Il premier va a Milano, Bergamo, Brescia, poi a Codogno e Lodi, ma sente, dentro di sé, che è iniziato l’assedio. Nei Palazzi si sente già l’urlo liberatorio ("Ha i giorni contati") e si cerca l’incidente parlamentare per aprire la strada a un governissimo guidato da Draghi o da chi per lui.

In effetti, sembra nato il Ptcc, partito ’tutti contro Conte’. È composto, in prima battuta, dalla di solito mansueta Cei, furibonda per "il divieto alla libertà di culto", espressione che il Vaticano non usava dai tempi del fascismo. Ma ci sono anche i nuovi vertici di Confindustria e pure mezzo sindacato. Poi gli enti locali, dalle Regioni ai Comuni. Poi c’è l’irritazione del Pd che cresce di ora in ora, dilaga, sia nei gruppi parlamentari sia, meno, al Nazareno. 

I dem assicurano: "Vogliamo dare una mano" al premier perché "è stato ingabbiato dai tecnici e virologi e anche dal ministro Speranza. E con la Cei ha sbagliato". E certo, "dare una mano" vuol dire che il cattolico Ceccanti scrive, di fretta e furia, un emendamento al dl Covid-19, all’esame della Camera da oggi, per ripristinare, di fatto, la possibilità per i fedeli di poter andare a messa e seguirla. Ma "dare una mano", di fatto, vuol dire sconfessare Conte.

In più, ecco i soliti ‘pierini’ di Italia Viva che sparano ad alzo zero contro il loro premier: i due ministri (Bonetti e Bellanova), i due capigruppo (Boschi e Faraone), il radicale Giachetti, che oggi andrà a leggere il Vangelo in piazza, fino a Matteo Renzi di cui ambienti parlamentari – a lui ostili – attribuivano una frase dal vago sapore minaccioso: "L’inizio del countdown, per Conte, è iniziato…".

Infine, in soprannumero, c’è pure la preoccupazione del Quirinale per le ultime, scoordinate, mosse del premier. Proprio il ministro in pectore del Colle – la titolare degli Interni, Luciana Lamorgese – aveva mediato con i vescovi italiani, per giorni, assicurando loro che la messa era salva, ma così non è stato. La nascita del PTCC, ovviamente, fa impazzire di gioia Lega a Fd’I. Un esponente della destra-destra, ma che conosce bene gli arcana imperi, spiega: "In Italia, al governo, puoi fare tutto, solo due nemici non puoi avere: la Nato, più che gli Usa, e il Vaticano. Conte ha fatto il primo errore. Spero che i 5Stelle facciano il secondo".