Sabato 20 Luglio 2024
LORENZO GUADAGNUCCI
Magazine

Marescotti, la “spalla“ più famosa d’Italia

Morto a 77 anni l’attore romagnolo, passato dal teatro dialettale alla tv e al cinema (anche internazionale). Un anno fa l’addio alle scene

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di Claudio

Cumani

In teatro aveva raccontato alla sua maniera il Sommo Poeta (Dante, un patàca) e Ariosto (Bagnacàval, da Orlando Furioso), contaminando il dialetto basso-romagnolo con la lingua dei poeti ma era stato di recente anche uno dei protagonisti del cechoviano Zio Vanja firmato dalla regista ungherese emergente Kriszta Székely per lo Stabile di Torino. Al cinema aveva cominciato con autori di riguardo come Silvio Soldini e Daniele Lucchetti e si era ritrovato nel tempo a recitare a fianco di mostri sacri come Anthony Hopkins, Julianne Moore e Matt Damon. In tv aveva saputo bucare il piccolo schermo, interpretando tantissime fiction popolari, da Raccontami a I liceali. Poi lo stop.

Nel febbraio dell’anno scorso Ivano Marescotti, uno dei volti più noti dello spettacolo italiano con quel suo aspetto imbronciato da burbero col cuore d’oro, aveva detto basta. Si era ritirato, come Jack Nicholson, diceva lui. "Bisogna saper smettere", aveva dichiarato, aggiungendo da umorista consumato: "Visto che Spielberg non si decide a chiamarmi..." Il suo desiderio era quello di insegnare solo nella sua scuola, il Teatro Accademia Marescotti ma quel sogno non è durato a lungo.

Ivano se ne è andato ieri pomeriggio, a 77 anni, dopo una lunga malattia. Era ricoverato all’ospedale di Ravenna da qualche giorno. Marescotti, che aveva perso un figlio, Mattia, morto di cancro a 43 anni, lascia la (terza) moglie Erika, la figlia Iliade e un grande rimpianto. La sua parabola artistica è singolare. Nato a Villanova di Bagnacavallo il 4 febbraio 1946, aveva lavorato per dieci anni all’ufficio urbanistica del municipio di Ravenna dopo gli studi al Dams, alternando l’hobby di attore dilettante al mestiere di tecnico. A 35 anni la scelta: si licenzia dal Comune e si tuffa nel mondo del teatro.

Gli inizi sono incoraggianti: una lunga militanza nella compagnia di Leo de Berardinis (da La tempesta a Novecento e mille), poi l’incontro con Mario Martone, Carlo Cecchi e Marco Martinelli. Arriva il cinema d’autore (Marco Risi, Marco Tullio Giordana, Roberto Benigni e Pupi Avati, per fare qualche nome) e con il tempo giungono le occasioni internazionali come quella di Ridley Scott per Hannibal. Anche Anthony Minghella lo scrittura per Il talento di mister Ripley.

Mel Gibson lo voleva come Ponzio Pilato ne La passione di Cristo girato a Matera ma lo spostamento delle riprese aveva fatto sfumare il progetto. "Gibson mi scrisse una lettera in cui si diceva che quella parte poteva essere solo mia", diceva con orgoglio. E aggiungeva: "Fra film e serie ho comunque interpretato almeno 120 titoli e credo quindi di aver dato tutto quello che potevo".

Lo amava il cinema internazionale e lui al cinema aveva saputo imporre una maschera penetrante e inquieta (chi non ricorda, sul versante grottesco nostrano, il leghista nel film di Checco Zalone Cado dalle nubi?). Diceva: "Sono la spalla più famosa d’Italia", riferendosi ai ruoli da comprimario. Questo non gli aveva impedito di aver avuto sei nomination ai Nastri d’argento.

In teatro possedeva un’empatia tutta personale. Dal 1993 aveva iniziato sul palcoscenico un puntuale lavoro di recupero della lingua romagnola, forse anche sollecitato dall’attenzione che il Teatro delle Albe riservava a questo versante. Dal rapporto con il poeta Raffaello Baldini era nato ad esempio uno spettacolo importante come La fondazione, diretto da un regista intrigante quale Valerio Binasco. Amava il romagnolo al punto da far celebrare le nozze un anno fa in quel dialetto.

Non si era mai sottratto all’impegno politico, candidandosi nel 2014 alle elezioni europee con la lista Tsipras e la scelta gli era costata qualche problema in Rai. La comicità gli apparteneva ma giudicava il suo mestiere più complesso e articolato: forse anche per questo andava fiero del successo di un film come A casa tutti bene di Muccino.

Quando un anno fa si era allontanato dalle scene lo aveva fatto con grande serenità: "Meglio la noia dalla paranoia da superlavoro – diceva – L’ozio è necessario per rigenerare l’interesse verso le cose". Non è andata così, purtroppo.