La Storia in tv. Raccontare il nazismo: la cognizione del dolore nel volto di Jasmine

Affinità e divergenze tra il romanzo della Morante e le due opere tv. L’antifascismo esplicito di Comencini nel 1986, la lettura di Archibugi con Trinca.

La Storia in tv. Raccontare il nazismo: la cognizione del dolore nel volto di Jasmine Trinca

La Storia in tv. Raccontare il nazismo: la cognizione del dolore nel volto di Jasmine Trinca

Roma, 8 gennaio 2024 – Trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana: il corpo "piuttosto denutrito, e informe nella struttura", i ricci crespi e nerissimi che "incominciavano a incanutire" e la faccia "di una bambina sciupatella".

"E difatti Ida era rimasta, nel fondo, una bambina, perché la sua precipua relazione col mondo era sempre stata e rimaneva (consapevole o no) una soggezione spaurita. I soli a non farle paura, in realtà, erano stati suo padre, suo marito, e più tardi, forse, i suoi scolaretti. Tutto il resto del mondo era un’insicurezza minatoria per lei (...). E nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c’era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione".

La incontriamo così, Ida Ramundo vedova Mancuso, tra le prime pagine della Storia di Elsa Morante, il libro del ’74 che da stasera ritorna in tv, su Raiuno, nella trasposizione firmata da Francesca Archibugi, protagonista – nei panni di Ida – Jasmine Trinca. Il primo degli 8 episodi della nuova Storia tv era già disponibile su Rai Play da ieri e da oggi, sempre su Rai Play, si aggiungeranno tutti gli altri sette che completano l’opera; la programmazione di Raiuno prevede invece la messa in onda di due episodi per volta, ogni lunedì sera.

Due sono le sfide che la nuova Storia della Archibugi ha da fronteggiare: il ricordo del romanzo, assolutamente indelebile nelle centinaia di migliaia di persone che l’hanno letto e che continuano a leggerlo di generazione in generazione e che si chiedono come sarà possibile conciliare, nella nuova messinscena, le ricorrenti parti storiografiche con quelle di “fiction“, e il confronto – reso possibile anche questo grazie alla collezione di Rai Play – con lo sceneggiato che Luigi Comencini trasse nell’86, tre puntate per Raidue, con Ida-Claudia Cardinale, e la cura dell’adattamento a firma del regista, della figlia Cristina e di Suso Cecchi D’Amico.

La differenza tra le due versioni filmiche è sotto gli occhi: quella della Archibugi (che ha confessato, come la Trinca, di non aver voluto vedere l’opera di Comencini per evitare qualsiasi influenza) prende il via subito discostandosi dal romanzo. Dopo le note storiche dal 1900 al 1940 che contestualizzano – agli uni il potere, e agli altri la servitù – l’avvento di Mussolini in Italia e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, La storia della Morante inizia con lo stupro di Ida. Il regista del capolavoro antifascista ‘Tutti a casa’ sostituisce la guida cronologica scritta da Elsa con i filmati d’epoca che mostrano e il Duce, in primo piano, arringare le folle: dopodiché ecco il giovane soldato nazista che vaga per le strade di Roma, si ubriaca, si imbatte in Ida-Cardinale, la segue a casa, la violenta. Archibugi – che almeno nella prima puntata non ricorre ad alcun inserto documentaristico – fa partire tutto, invece, con il ricordo della madre di Ida, Nora, e il suo suicidio; focalizzata la persecuzione degli ebrei in atto, la scena dello stupro arriva dopo, e anche qui le differenze tra le due opere tv non sono di poco conto.

Entrambe le sequenze della violenza lasciano lo spettatore senza fiato: il giovane soldato tedesco di Comencini è ciò che fa, non ciò che pensa o potrebbe forse pensare, è l’atto di sopraffazione, è pura barbarie; il giovane soldato tedesco della Archibugi si avvicina invece di più alla descrizione della Morante: prima del delitto, dà voce al pensiero su sua madre che in quel momento gli passa per la testa: la parola “Mutter“ nulla toglie all’atrocità della sua azione, ma apre uno spiraglio, un’incrinatura su quello che sarebbe stato pure capace di provare, stuprata la donna, passata la sbornia, perché "il suo delitto – scrive Elsa – principiava a rimorderlo e a sgomentarlo".

Nel romanzo della Morante "c’è una grandezza che si ha fastidio di riconoscere a una scrittrice, a una donna, che interroga la Storia, proprio la Storia che schiaccia e che stritola – ha notato Annalena Benini –, la Storia con la sua implacabilità irrimediabile che ci costringe a riconoscerci una sorte condivisa: una cognizione del dolore che prescinde da qualunque ideologia e cinismo intellettuale".

A incarnare questa “cognizione del dolore“ è su tutti Ida, e nei due sceneggiati Claudia Cardinale e Jasmine Trinca. Quella della Trinca si rivela una prova d’attrice eccezionale: a testa bassa, rasente i muri, ebrea povera impaurita e madre simbiotica col suo meraviglioso Useppe, figlio di quello stupro, Ida-Jasmine porta dentro di sé e dinnanzi allo spettatore la “precognizione“: "Precognizione. Piuttosto – spiega la Morante –, la stranezza degli occhi di Ida ricordava l’idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, “sanno“ il passato e il futuro di ogni destino. Chiamerei quel senso, il senso del sacro: intendendosi, da loro, per sacro, il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati".

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