Luca Ward è anche la voce narrante del programma televisivo ’Ulisse’ di Alberto Angela
Luca Ward è anche la voce narrante del programma televisivo ’Ulisse’ di Alberto Angela

Prima ancora di essere un volto (famoso), Luca Ward è una voce, anzi ‘la’ voce. Quella dell’enigmatico Neo (Keanu Reeves) di Matrix, del fascinoso agente 007 in Goldeneye (Pierce Brosnan) o del brillante Daniel Cleaver (ovvero Hugh Grant) di cui è innamorata Bridget Jones. E soprattutto di Massimo Decimo Meridio, l’indomito gladiatore interpretato da Russell Crowe: "Al mio segnale scatenate l’inferno!" è la battuta ormai iconica. Il doppiaggio è un’eccellenza italiana e Ward ne è una delle punte di diamante: "Ho fatto teatro, cinema, serie tv, ma il doppiaggio – racconta – resta il mio mondo. In questo settore non esistono compromessi, e vai avanti soltanto se vali. Per affermarmi ho dovuto studiare e combattere. Tuttavia sono e resto un signor Nessuno, uno che viene dalla strada". E Il talento di essere Nessuno è il libro (Sperling & Kupfer) in cui Ward rivela anche sofferenze private.

In Italia il doppiaggio è radicato più che in altri Paesi. Perché?

"Il cinema italiano è cresciuto proprio grazie al doppiaggio. Anni fa non si girava in presa diretta quindi i grandi registi, da Leone a Fellini, hanno sempre avuto enorme rispetto verso il doppiaggio, che poi ha anche permesso a tutti di fruire di film stranieri che sarebbero stati per pochi".

Qualcuno però sostiene che se gli italiani seguissero i film in lingua originale, saprebbero parlare inglese...

"È una sciocchezza. Gli italiani non conoscono l’inglese perché non hanno voglia di studiarlo. E il doppiaggio esiste in tanti Paesi dove pure si parla inglese".

Lei ha calcato i palcoscenici fin da ragazzo, ma la vita le ha riservato molte prove...

"Mio padre Aleardo e mia madre Maresa erano attori, ma lei aveva lasciato le scene per seguire la famiglia. Nel 1973 la morte improvvisa del papà ci lasciò in forti difficoltà, fino all’indigenza. Abitavamo a Ostia, io andai a fare il bagnino per portare a casa qualche soldo".

E perché poi ha deciso di intraprendere la strada del doppiaggio?

"Per riscattare mio padre. Era un bravissimo attore, ma soprattutto era un uomo leale, incapace di essere fasullo: anche per questo non è diventato famoso e ne ha sofferto. Io ho cercato di ottenere il meglio, facendolo per lui. Ho iniziato con piccoli ruoli, poi a 23 anni il mio primo doppiaggio da protagonista".

Il segreto della sua professione?

"Doppiare con la voce, con la testa e con la vita, ovvero portando nel doppiaggio anche il proprio vissuto. Oggi ci sono ottimi professionisti, precisi nel sincrono, ma spesso senti che manca lo studio della battuta e della parola. Conta soprattutto la velocità di produzione".

Il film a cui si sente più legato?

"Il gladiatore che mi ha anche aperto la strada al ritorno in tv".

E il doppiaggio più difficile?

"Pulp fiction era pieno di slang. Io poi dovevo dare la voce a Samuel L. Jackson, e gli attori di colore sono bravissimi, inarrivabili. Durante la lavorazione, Tarantino ci telefonava e una volta mi passò Jackson che mi fece i complimenti e mi chiese se anch’io fossi nero. Gli risposi di sì: temevo che non volesse essere doppiato da un bianco. Però...".

Cosa accadde?

"Tempo dopo fui ospite al Giffoni film festival e il direttore mi annunciò che stava per arrivare Samuel Jackson che mi voleva conoscere. Ho ringraziato ma sono scappato".

Ha conosciuto tutti gli attori a cui ha dato la voce?

"Non tutti, ma con alcuni sono in contatto. Crowe e Brosnan mi scrivono, Hugh Grant mi manda messaggi: anzi, quando non ho doppiato Notting Hill ha fatto chiedere se fossi ancora vivo e dal film successivo ha voluto che fossi di nuovo io la sua voce italiana".

Meglio essere una voce o un volto?

"Entrambe. I grandi attori, Gassmann, Mastroianni, Sordi, giravano film, recitavano in teatro, facevano radiodrammi e doppiavano. A tutto tondo".

E lei dove si sente al meglio?

"Al mare. Mio nonno era un comandante della marina mercantile americana, mio padre si era costruito una barchetta. Il mare è la mia certezza: mi ritengo un bravo marinaio e al mare mi sento veramente forte".