di Paolo Pellegrini

I suoi vini hanno abiti artistici e nomi antichi. Ma anche il balsamico e il sapido e il minerale di vigne che arrivano a settant’anni e si tuffano verso un mare quasi viola. Se c’è un prototipo della viticoltura eroica delle Cinque Terre, con le terrazze solcate dalle piccole cremagliere a picco sull’acqua, non importa se a ovest o a est del tunnel di Tramonti, è Walter de Battè (foto). Ex marinaio e appassionato di storia e antropologia, non per nulla lo chiamano "il filosofo". Un ellenista vero, che per salvare il mondo fa appello a Dioniso e richiama in vita le idee e le tecniche di quell’epoca per salvare il vino da un nuovo che avanza. Idee riassunte in una parola: macerazione, "perché il meglio dell’uva sta nella buccia, se togli quella togli il territorio". I suoi bianchi non avranno mai nel calice il diffuso paglierino pallido, ma semmai l’oro del sole verso il tramonto e l’anima delle Cinque Terre, le resine e l’elicriso e le erbe aromatiche. Poi c’è il sale del mare, c’è il minerale delle rocce. Insomma: Mediterraneo. Già, perché "la macerazione delle uve è la storia della viticoltura mediterranea", spiega, "e io sono stato il primo a farla, anche prima di Gravner che ha voluto usare le anfore come gli armeni 4500 anni fa lasciando l’uva sulle bucce anche sei mesi, io seguo greci e fenici che maceravano per 10 giorni". Nei suoi 64 anni lo ha sperimentato dal vivo fin da bambino, "quando erano le donne – racconta – a tenere le vigne perché gli uomini andavano per mare". Il mare poi lo ha voluto, poi è tornato alla terra, alle terrazze, ai muretti a secco "senza i quali – dice – alle Cinque Terre non puoi fare viticoltura", e così lui stesso ne ha recuperato centinaia di metri. Negli anni ’90 nasce l’azienda, un ettaro più un altro pezzetto a 400 metri sul mare, 4mila bottiglie di due vini, il bianco Saladero (era il luogo dove si salavano le acciughe), classico mix di Bosco, Albarola e Vermentino e il rosso Vigna delle Pietre Nere, f atto di Sangiovese, Merlot e Ciliegiolo. Poi, nel 2003, dall’incontro con altri soci e amici (Riccardo Canesi, poi Pierfrancesco Donati e Catherina Unger), nasce Prima Terra, non più di 6 ettari, 10mila bottiglie, niente doc. Due bianchi: il blend Harmoge, armonia in latino antico, e il vermentino in purezza Carlaz (era ‘Carlaccio’ Fabbricotti, ultimo proprietario di cave). Due blend rossi: il Çericò (‘luogo dei cerri’) e il Tonos, "suggerito - dice Walter – da Vitruvio per gli elementi demoniaci di Luni", dove Prima Terra ha vigne. Piacciono molto, i vini di Walter, agli americani e ai giapponesi, che magari non sanno nulla di Vitruvio né del ‘triangolo uomo-vitigno-territorio’ del filosofo De Battè.