Jeff Sessions (Ansa Ap)

Washington, 7 novembre 2018 - Donald Trump ha annunciato le dimissioni di Jeff Sessions, ministro della Giustizia. L’uscita di scena era attesa, ma è pur sempre uno strappo traumatico, l’ultimo anello di una lunga catena di siluramenti e abbandoni. All’indomani delle elezioni di metà mandato, è arrivato così il primo rimpasto di governo. Il segretario alla Giustizia ha presentato le dimissioni su richiesta del presidente americano. Quest’ultimo su Twitter lo ha ringraziato e gli ha augurato il meglio. Non è un mistero che i due fossero ai ferri corti sin da quando Sessions, l’anno scorso, aveva delegato al suo vice, Rod Rosenstein, il compito di gestire l’inchiesta sul Russiagate. La scelta era legata al fatto che Sessions aveva nascosto al Senato, durante la fase della sua nomina, i suoi incontri con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, durante la campagna elettorale di Trump (era all’epoca nello staff del candidato presidente). Il capo di gabinetto alla Giustizia, Matthew Whitaker, sostituirà ad interim il dimissionario. L’addio del ministro solleva dubbi sul futuro del lavoro di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rosenstein per indagare sulla presunta interferenza della Russia nelle presidenziali del 2016, e sulla potenziale collusione della campagna Trump con Mosca. La nomina del futuro capo della Giustizia dovrà essere approvata al Senato, ancora controllato dal partito Repubblicano.

“Siamo lieti di annunciare che Matthew G. Whitaker (...) sarà il nuovo Attorney General ad interim” e poi sarà trovato “un sostituto permamente”, ha scritto il presidente Usa su Twitter, aggiungendo ringraziamenti e auguri a chi lascia. Le dimissioni sono arrivate su richiesta del tycoon, riferisce il New York Times, e sono state presentate al capo dello staff presidenziale John Kelly, all’indomani delle elezioni di Midterm. Trump aveva detto di considerare “normale” un rimpasto dopo il voto e l’uscita di Sessions era data per certa da tempo, dagli analisti, con un punto interrogativo sulla tempistica. I rapporti con Sessions erano diventati molto tesi, Trump non gli ha mai perdonato di aver fatto un passo indietro sul fonte delle indagini del Russiagate, aprendo la strada alla nomina del procuratore speciale Mueller.

Seguiranno altre uscite non finisce qui, avvertono i bene informati, per quello che si preannuncia come un profondo rimpasto della squadra di governo e dello staff della Casa Bianca. "Impossibile non leggere il licenziamento del procuratore generale Sessions come un altro spudorato tentativo da parte di Donald Trump di minare e di porre fine all'indagine dello speciale procuratore" sul Russiagate. Così Nancy Pelosi, papabile nuova Speaker della Camera, dopo la cacciata del ministro.

“Se mi indagano, indagherò su di loro”, è stato l’avvertimento di rimando, lanciato da Trump ai dem. “Possono giocare a questo gioco ma noi possiamo giocare meglio, e io di solito sono più bravo”, ha aggiunto. Una minaccia che rappresenta l’unica deroga a un atteggiamento volutamente dialogante, visto che Trump è ora a un bivio: dovrà decidere se perseguire la strada del disgelo o andare avanti con un’escalation di toni che ha già raggiunto livelli di guardia. Quest’ultima opzione lo porterebbe ad agire sul piano a lui più congeniale, cosa che potrebbe tornargli utile in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Ma anche un’inversione di rotta, abbassando i toni, avrebbe i suoi vantaggi. Per trasformare in legge alcune delle sue priorità la via del dialogo potrebbe essere la strada maestra.

Sessions, senatore repubblicano dell'Alabama, fu il primo sostenitore dei Trump nel 2015 per la nomination repubblicana e la nomina alla guida del Dipartimento di Giustizia, dopo l'elezione del 2016, fu vista come una ricompensa. Ma le relazioni si sono guastate, come si vede, ormai irrimediabilmente.