Neil Armstrong dopo la passeggiata lunare (Nasa)
Neil Armstrong dopo la passeggiata lunare (Nasa)

New York, 19 luglio 2019. Diciannove minuti che hanno cambiato la storia. Buzz Aldrin, il pilota del modulo lunare dell'Apollo 11, è stato il secondo essere umano a mettere piede sulla Luna. Ma è stato il più fotografato. Neil Armstrong, che il 20 luglio del 1969 aveva toccato per primo il suolo del nostro satellite, ha immortalato l'impresa del compagno della Nasa. I due, per farsi una foto insieme, ricorsero a un piccolo trucco: l'ingegnere aeronautico nato a Wapakoneta (Ohio) il 5 agosto del 1930 realizzò uno scatto sfruttando lo 'specchio' naturale del casco di Aldrin. Il primo selfie spaziale fu un grande passo per l'uomo, ma anche – a distanza di quasi 50 anni, vista l'esplosione dei social – per l'umanità. Al di là degli scherzi, ad Armstrong la fantasia per risolvere le situazione più complicate non era mai mancata. Il suo passato da boy scout, un'esperienza coronata da diversi riconoscimenti, gli era tornato utile anche a 384.400 chilometri di distanza dalla Terra.

Il mitico capitano dell'Apollo 11, essendo il primo uomo a mettere piede sulla Luna, è stato il più intervistato e il più famoso dei tre piloti americani. “Ma per tutta la sua vita – fa notare l'Economist – ha combattuto contro l'immagine stereotipata dell'astronauta che affronta una missione piena di pericoli mortali”. La sua frase più famosa, prima della partenza, era stata: “Per l'amor del cielo, odio i pericoli. Volare nello spazio dovrebbe essere rischioso quanto mescolare un milkshake”. Per anni, il collaudatore della base aeronautica di Edwards nel deserto del Mojave, ha provato a smorzare la luce dei riflettori che lo puntavano costantemente. “Sono, e lo sarò sempre, uno che porta calzini bianchi e un protettore di plastica per le penne infilato nel taschino della camicia. Sono un ingegnere nerdacchione – confessò nel 2000 – nato sotto la seconda la seconda legge della termodinamica, immerso nelle tabelle di vapore, innamorato dei diagrammi di corpo libero, trasformato da Laplace e azionato da un flusso comprimibile”.

Ma la sua freddezza, nei momenti più difficili, era leggendaria. Il 'comandante di ghiaccio', questo il suo soprannome, quel 20 luglio del 1969 fu costretto a utilizzare tutta la sua concentrazione. L'area di atterraggio sulla Luna, infatti, era colma di grossi e appuntiti massi. I computer di allora non erano in grado di atterrare su una superficie del genere senza rischi. Armstrong allora disinserì il pilota automatico e discese manualmente. Trovò lo spazio adatto a non far schiantare il modulo quando era rimasto carburante sufficiente a volare solo per altri 25 secondi. E una volta sulla Luna pronunciò una frase che probabilmente verrà ricordata anche nel quarto millennio: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l'umanità”.

Tornato sulla Terra, Neil decise di insegnare ingegneria all'università di Cincinnati. Una volta in pensione, trascorse i suoi ultimi anni di vita – dopo essersi risposato e aver avuto tre figli - in una tranquilla fattoria dell'Ohio dove nel tempo libero si dedicava a volare su degli alianti. Affetto da una grave coronaropatia morì nel 2012 a 82 anni. “Oggi – commentò l'allora presidente Usa Barack Obama – si è spento uno dei più grandi eroi americani non solo di questi tempi, ma di tutti i tempi”.