Michael Collins in addestramento (Nasa)
Michael Collins in addestramento (Nasa)

New York, 18 luglio 2019. Il tassista che ha accompagnato Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna, se 89 anni fa ci fosse stato lo ius soli, sarebbe stato un italiano. Michael Collins, il terzo leggendario astronauta dell'Apollo 11, infatti, è nato a Roma il 31 ottobre del 1930. In via Tevere al civico numero 16 c'è anche una targa che ricorda i natali dell'eroe della Nasa. “In questa casa – si legge sul marmo – nacque Michael Collins, intrepido astronauta della missione Apollo 11, primo uomo sulla Luna. Roma, fiera di questo suo figlio, pose a ricordo perenne”. In realtà la leggenda spaziale, che per onor di cronaca non ha mai avanzato pretese di italica cittadinanza, non ha messo piede sul nostro satellite. La celebre passeggiata del 1969, infatti, vide come protagonisti solo Armstrong e Aldrin, mentre Collins – che è nato in Italia solamente perché all'epoca il papà, che era un ufficiale dell'esercito Usa, era d'istanza nella capitale - restò in orbita pronto a entrare in azione nel caso qualcosa fosse andato storto. Proprio per questo suo ruolo leggermente più defilato, molti faticano a ricordarsi il nome del pilota solitario del modulo Columbia.

Ma il suo contributo, per la riuscita della missione, fu cruciale. E così mentre i riflettori erano tutti puntati sui suoi due compagni di avventura, Collins poteva ammirare in tutta tranquillità – non senza qualche preoccupazione – la Luna. Immerso in una solitudine assoluta - con Armstrong e Aldrin non c'era nemmeno un collegamento radio - e pur essendo l'uomo più vicino ai due astronauti, in quella storica giornata Michael fu tra le poche persone del mondo occidentale a non assistere all'allunaggio. “Avevo questo piccolo spazio – ha recentemente raccontato al New York Times - tutto per me. Ero l'imperatore, il capitano. E avevo anche dell'ottimo caffè caldo”.

Nonostante il sangue freddo che mostra oggi, all'epoca in realtà era molto agitato: “Temevo che Neil e Buzz non riuscissero a tornare a bordo. Avevo 18 piani di emergenza che tenevo letteralmente attaccati al mio collo per fare fronte a qualsiasi tipo di emergenza”. Quando i tre si riunorono, oltre a festeggiare, non mancarono gli scherzi. “Erano sporchissimi. La loro bellissima tuta bianca era lercia di polvere lunare. Quando li ho visti ho pensato: 'Mi toccherà pulire tutto'”. Come la maggior parte dei primi astronauti della Nasa, Collins era stato un pilota collaudatore per l'aeronautica americana. Nel 1962 provò a entrare nell'agenzia spaziale, ma fu rifiutato. Un anno dopo la bocciatura, si ripresentò e venne accettato. Allora l'addestramento degli astronauti includeva viaggi nel Grand Canyon per apprendere le basi della geologia e missioni di sopravvivenza nella giungla nel caso in cui l'atterraggio fosse finito lontano dal percorso. “Se qualcuno mi avesse raccontato che per andare nello spazio avrei dovuto mangiato lucertole a Panama – scherza - gli avrei detto: 'Ma ti pare necessario?'”.

Il suo primo volo spaziale fu a bordo della Gemini 10, una delle missioni preparatorie all'allunaggio. Tutto era pronto per vederlo ai comandi dell'Apollo 8. Un terribile mal di schiena, però, costrinse Collins a fermarsi. E così, dopo essere andato sotto i ferri, l'astronauta tornò più in forma di prima e fu selezionato per volare sull'Apollo 11. Poi, dopo quella leggendaria missione, disse basta allo spazio. Voleva stare con la moglie e i suoi tre figli. Ma ancora oggi ricorda le emozioni di aver visto la Luna a meno di 60 miglia di distanza. “Riempiva un intero finestrino. Era assolutamente tridimensionale. Le luci lassù sono molto più chiare, le ombre sono molto più scure, la loro definizione è così netta. La luce del Sole era dietro e cadeva a 360 gradi attorno al bordo della luna. È stato lo spettacolo più incredibile che si possa vedere nella vita”.