Mario Draghi
Mario Draghi

Roma, 9 ottobre 2018 - Spread, rating, deficit. E poi quantitative easing, procedure d'infrazione e rapporto tra debito e Pil. La cronaca economica e politica degli ultimi anni è piena di termini tecnici che tuttavia aiutano a spiegare in che cosa consiste la crisi che ancora oggi colpisce l'Europa e minaccia pericolosamente l'Italia. Ecco una breve spiegazione dei termini chiave per comprendere la situazione.

DEF - Il primo termine da cui partire è il Def. Si tratta del Documento di economia e finanza che contiene tutti i criteri e gli obiettivi della politica economica del governo. Viene presentato ad aprile ed entro il 27 settembre deve essere predisposta una nota d'aggiornamento che include il programma di stabilità, l'analisi e le tendenze della finanza pubblica e il programma nazionale di riforma.

DEFICIT - Nella contabilità dello Stato, il deficit pubblico (o disavanzo) è la situazione che si verifica quando le uscite superano le entrate. Al di là del valore assoluto, se ne valuta più spesso l'incidenza relativa rispetto al Prodotto interno lordo. Infatti il rapporto deficit/Pil è uno dei parametri essenziali con cui vengono valutati gli Stati membri dell'Unione europea (nell'area euro), per il rispetto del Patto di stabilità e crescita. Il trattato di Maastricht aveva fissato al 3% il livello massimo di rapporto deficit/Pil. Il governo italiano, con la nota al Def, l'ha fissato al 2,4%. Tuttavia con le nuove regole europee è necessario azzerare gradualmente il deficit.

DEBITO/PIL - Il debito pubblico è il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti pubblici o privati, nazionali o esteri, che hanno sottoscritto un credito tramite l'acquisizione di obbligazioni o titoli di Stato. Attualmente il debito pubblico italiano ammonta a oltre 2.300 miliardi di euro, su cui paghiamo circa 65 miliardi di interessi. Ma anche in questo caso l'indice di solidità economica e finanziaria non è tanto il valore assoluto quanto il rapporto con il Pil. Maastricht ha fissato il limite al 60% del Pil, ma il rapporto in Italia è intorno al 130%. In Europa solo la Grecia ha un livello peggiore (180%). Il primato mondiale è tuttavia del Giappone, con 8mila miliardi in termini assoluti e un rapporto del 250%. Ma il debito nipponico è per il 90% detenuto da soggetti nazionali, perlopiù investitori istituzionali (circa la metà dalla Banca centrale di Tokyo), con effetti molto limitati sui mercati. In questo caso è come se il debito non esistesse, perché a fine anno la banca centrale restituisce nelle casse dello Stato gli interessi pagati dal governo centrale.

SPREAD - L'indicatore principale della tenuta del debito di un Paese, e dunque della fiducia degli investitori, è lo spread. Viene così definito il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani, i Btp (Buoni del Tesoro poliennali), e i corrispettivi tedeschi, Bund, presi per convenzione a riferimento. Uno spread intorno ai 300 punti comporterebbe già un aumento della spesa per gli interessi sul debito pubblico di 9 miliardi nel 2019. Nella fase più acuta della crisi italiana, nel 2011, ha toccato il livello record di 574 punti. Oltre allo spread sui titoli decennali, gli analisti valutano anche il differenziale relativo ai Btp a 2 e 5 anni come indicatore delle aspettative degli investitori sul breve e medio-breve termine.

RATING - Il rating sovrano è un giudizio emesso sulle capacità di uno Stato di restituire i propri debiti. Le principali agenzie di rating sono le americane Standard & Poor's, Moody's e Fitch, la canadese Dbrs e la cinese Dagong. Attualmente il giudizio sull'Italia è 'tripla B', che corrisponde all'ultimo gradino del livello di investimento relativamente sicuro. Scendendo di un gradino, si è ancora in area 'investment' ma si rischia già la fuga dei grandi investitori. Due gradini sotto la tripla B, invece, si è pienamente in area 'junk', cioè spazzatura. A fine agosto Fitch ha confermato il rating italiano ma ha abbassato l'outlook, vale a dire le prospettive per il futuro. Il 26 ottobre arriverà il giudizio di S&P, il 31 quello - molto temuto - di Moody's: è fondamentale che almeno una delle quattro principali agenzie (le americane più Dbrs) mantenga un giudizio positivo perché l'Italia resti un Paese consigliato agli investitori e perché la Banca centrale europea continui a comprare nostri titoli di Stato.

QUANTITATIVE EASING - L'eventuale bocciatura delle agenzie di rating avrebbe dunque conseguenze gravi sull'Italia. La Bce infatti, in base alle sue regole, non può acquistare titoli del debito di Paesi declassati sotto il livello 'investment'. In questo momento la Bce è il maggior compratore di Btp italiani: uno stop interromperebbe il flusso di liquidità nel sistema bancario italiano e segnerebbe di fatto la fine per l'Italia del 'quantitative easing'. Con questo nome è definita la politica monetaria espansiva di alleggerimento che la Bce ha adottato nel 2015 e concluderà il 31 dicembre 2018. Consiste nell'acquisto di titoli di Stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell'economia europea e incentivare i prestiti delle banche alle imprese. L'obiettivo principale era far crescere l'inflazione in Europa verso il 2%.

LEGGE DI BILANCIO - Dopo la nota d'aggiornamento al Def, che - anche se non ancora approvata dal Parlamento - ha già causato frizioni con la Commissione europea e tensioni sui mercati finanziari, il governo italiano è chiamato ad approvare la legge di Bilancio, quella che una volta si definiva manovra finanziaria. Entro il 15 otttobre la manovra dovrà essere presentata alla Commissione Ue; sarà il primo vero atto di indirizzo politico del governo giallo-verde italiano, con i nodi della riforma delle pensioni e del nuovo regime fiscale. Il giudizio della Ue dovrà arrivare entro il 30 novembre. Termine ultimo per l'approvazione della legge in Parlamento è il 31 dicembre.

PROCEDURA D'INFRAZIONE - I Paesi che violano le regole europee sono soggetti a procedure di infrazione. La procedura per i disavanzi eccessivi (Pde) è regolata dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Viene avviata se un Paese non soddisfa i parametri del rapporto deficit/Pil e del debito/Pil. Chi non rispetta i vincoli e non si adegua alle raccomandazioni e ai piani correttivi richiesti da Bruxelles dopo una procedura di infrazione per disavanzo, rischia una multa compresa tra lo 0,2 e lo 0,5% del Pil: per l'Italia si tratterebbe di una cifra tra i 3,5 e i 9 miliardi di euro.