Marchionne durante una visita alla fabbrica Chrysler di Detroit
Marchionne durante una visita alla fabbrica Chrysler di Detroit

Roma, 24 luglio 2018 - "Mi ha sbattuto in faccia il suo passaporto canadese e ha urlato: ‘Credi che non voglia fare gli interessi di questi stabilimenti?’. È stato così che Sergio Marchionne mi ha convinto che avrebbe salvato le nostre fabbriche". Jerry Dias, presidente di Unifor, il sindacato delle tute blu nella terra dello sciroppo d’acero, è un convinto ammiratore dell’ex ad di Fca. La fusione di Fiat con Chrysler – benedetta da Barack Obama – non ha solo messo al sicuro la produzione americana, ma anche quella dei cugini più a nord.

Marchionne indossava sempre il suo leggendario maglione durante i vostri incontri?

"Sette giorni su sette. Non l’ho mai visto senza. Lo prendevo in giro bonariamente: ‘Cambialo, guarda che puzza’. Lui si faceva delle grosse risate. Forse il maglione era l’unica cosa che non mi piaceva di lui".

Com’era negoziare con Marchionne? Prima di intavolare le trattative vi aveva fatto sapere tramite la stampa di non aver bisogno degli stabilimenti canadesi...

"Sergio ha una grande personalità. È un leader con una visione. Ha acquisito la Chrysler in uno dei suoi momenti più bui. Se non hai un piano ben definito in mente, non puoi affrontare situazioni del genere. Certo, quando si siede al tavolo non è un’educanda. Ma è una persona che non racconta balle. Ha un modo molto diretto di dire le cose e se fa una promessa la mantiene. Non c’erano possibilità di malintesi, per questo mi piaceva trattare con lui. Se eri pronto a lavorare con lui, lui era pronto a lavorare con te".

E dopo che ha mostrato il passaporto canadese cosa è successo?

"Mi sono alzato in piedi e gli ho detto: ‘E adesso cosa faccio? Torno dai miei e gli dico che non ho niente di concreto, ma che ho la parola di Sergio che non dovete preoccuparvi? Mi servono i soldi’. Lui si è messo a ridere e mi ha detto che era pronto a investire 325 milioni di dollari nello stabilimento di Brampton".

Se lo aspettava così?

"Mi ha sorpreso. Ma per capire chi è Marchionne basta vederlo quando si trova coi suoi veri amici, quelli del tempo dell’università a Windsor, a qualche centinaio di chilometri da Toronto. Il suo vero cerchio magico è fuori dall’ambito lavorativo".

Senza Marchionne la Chrysler sarebbe sopravvissuta?

"Credo di sì, alla fine è un’azienda che ha sempre trovato il modo di distinguersi dalle concorrenti. Grazie a Sergio siamo diventati più aggressivi. Ovviamente la sua visione ha aiutato enormemente la società a tornare all’utile".

È vero che la settimana scorsa si trovava a Torino proprio per incontrare l’ad di Fca?

"C’erano tutti i rappresentanti mondiali dei sindacati che tutelano i diritti dei dipendenti della Chrysler. Avevamo chiesto un incontro con Sergio. Il suo staff ci ha detto che era ‘completamente indisponibile’, perché si trovava all’estero. Nessuno di noi poteva immaginare che stesse così male".

Che cosa si aspetta da Mike Manley, il successore di Marchionne?

"Non credo ci saranno grandi cambiamenti. Sergio ha formato Mike, che è uno dei suoi fedelissimi, per anni. Più che il nuovo ad temo Donald Trump. Se applicherà i dazi del 25% sulle auto prodotte in Canada, per noi si prospettano tempi davvero bui".