Brunetto Boco
Brunetto Boco

Si sta determinando, su impulso significativo e costante del sindacato e per effetto di condivisibili iniziative della magistratura, la consapevolezza condivisa dell’esigenza irrinunciabile di assicurare regole giuste e coerenti con la natura dell’attività svolta di assicurare ai lavoratori del cosiddetto food delivery, chiamati anche comunemente rider.

Si tratta, come si può immaginare, di una spinta che sosteniamo da anni come organizzazioni sindacali nella convinzione che solo una finzione giuridica e un’ingiustizia pratica possono far assimilare il rapporto di lavoro di questi lavoratori a un’ordinaria attività di lavoro autonomo. Eppure, sappiamo tutti che è quello che è accaduto fin dalla comparsa di questo tipo di attività nel mercato del lavoro, con tutte le conseguenze che conosciamo: precarietà massima della relazione, totale dipendenza secondo il modello del cottimo, redditi aleatori e minimali (al di sotto di qualsiasi soglia di civiltà), limitate o, il più delle volte, assenti  protezioni in materia di sicurezza e tutela della salute, nessuna o scarsa garanzia sul piano previdenziale.

La gestione di questo genere di attività attraverso le cosiddette piattaforme digitali regolate da algoritmi non ha fatto altro che aggravare la condizione di assoluta arbitrarietà della prestazione e di completa dipendenza del lavoratore da un datore di lavoro per di più impersonale e di fatto inesistente anche in termini fisici.

Gli effetti sulle condizioni di lavoro e sulla tenuta non solo economica ma anche psicologica del lavoratore sono state ampiamente descritte in molteplici testimonianze raccolte dai media e dagli stessi magistrati, come quelli di Milano, che hanno indagato sui numerosi risvolti illegali e irregolari delle modalità di gestione di queste attività.

E, d’altra parte, proprio la pandemia, con le sue restrizioni e limitazioni, ha reso evidenti il ruolo, la funzione essenziale e la prospettiva strategica di queste attività. Fino al punto da individuare il food delivery come servizio essenziale per la sopravvivenza della nostra comunità.

Il risultato di tutto questo si è consolidato o si va consolidando, nonostante qualche residua resistenza da parte di talune imprese del settore, nella consapevolezza della urgente esigenza di riconoscere la natura di lavoro dipendente all’attività svolta dai rider e di definire regole contrattuali collettive per questi lavoratori come è tipico di ogni altro rapporto di prestazione subordinata.

Si tratta della soluzione più giusta ed efficace,  se si tiene conto che la scansione del tempo di lavoro in questo caso, anziché essere regolata e controllata da un capo lo è da un algoritmo. Nell'una e nell'altra ipotesi c’è una una base comune: l'assoluta dipendenza del lavoratore che è rigidamente tenuto al rispetto del tempo di lavoro stabilito dal modello organizzativo aziendale, sia che esso sia gestito da una persona sia che sia organizzato da un computer.

L'esempio della Spagna, in questo senso, è illuminante. I rider sono stati riconosciuti, per la prima volta in Europa, come lavoratori dipendenti: è questo l’effetto dell'accordo, raggiunto tra sindacati e piattaforme. Nella stessa direzione si muove la Germania.

E’ il momento, dunque, di arrivare alla stessa soluzione anche da noi. Ma di arrivarci anche e soprattutto con la convinzione che il contratto collettivo di lavoro di riferimento non può che essere quello dei pubblici esercizi e della ristorazione. L’attività del food delivery, nella sua essenza, si configura come intrinsecamente appartenente alla filiera delle imprese che applicano quel contratto. Si potrebbe dire, anzi, che siamo in presenza di forme di esternalizzazione di quello che può essere considerato un pezzo dell’attività di un ristorante o di un bar. O, se vogliamo, di un’estensione di quelle iniziative economiche realizzate con altri operatori.

E’ quanto mai opportuno, insomma, che il contratto indicato possa essere implementato con parti speciali nelle quali vengano definiti e regolati i rapporti di lavoro afferenti ai lavoratori che sono alle dipendenze di piattaforme del food delivery. E, del resto, proprio quell’accordo collettivo ha in sé anche quella flessibilità di istituti (come nel caso degli orari di lavoro) che meglio si adattano a una regolazione innovativa e elastica di queste forme di lavoro.