Generazione Z e lavoro, cosa c’è oltre il falso mito degli “sfaticati”: la ricerca

Un sondaggio di Zety ha indagato come i giovanissimi concepiscono un impiego. È venuto fuori che il denaro non è così importante e che molti cambiano azienda ogni due anni

La Generazione Z è nata tra la metà degli anni Novanta e la fine degli anni Dieci del Duemila

La Generazione Z è nata tra la metà degli anni Novanta e la fine degli anni Dieci del Duemila

La Generazione Z, cioè le persone nate tra 1995 e il 2010 che in Italia sono 9 milioni, rappresenterà entro questo decennio un terzo dell’intera classe dei lavoratori. Ma che tipo di lavoratori sono? E cosa vogliono dalla carriera?

Uno studio della società Zety – che si occupa di ricerca del lavoro – ha esplorato le opinioni di oltre 1.100 lavoratori della Generazione Z riguardo al loro modo di concepire il lavoro, per andare oltre gli stereotipi e i luoghi comuni che spesso li etichettano come poco propensi al sacrificio se non addirittura “sfaticati”.

Il quadro che ne esce è di una generazione di persone per il quale il lavoro è parte della propria identità, ma che non vuole “vivere per lavorare” (il 66% è contrario a questa idea) e soprattutto che non ritiene il denaro un fattore determinante. Queste statistiche – scrivono gli analisti di Zety – “sottolineano il legame intricato tra l’identità della Generazione Z e la carriera, che rivela una generazione che cerca uno scopo preciso nel lavoro preservando se stessa”.

Questo non vuol dire che non si impegnino. Molti di loro, anche giovanissimi, hanno già svolto almeno due-tre lavori e il 90% sostiene sia di fare più di quello che gli è richiesto in azienda sia di aver lavorare anche durante le ferie.

Ciò che distingue la Generazione Z da quelle precedenti riguarda le loro priorità. Ciò che spinge i giovanissimi a tenere un lavoro, molto più del denaro, è lo sviluppo personale o il desiderio di mettersi alla prova. E ciò che li spinge a licenziarsi è l’eccessiva richiesta di straordinari, una discrepanza tra i propri valori e quelli dell’azienda e in generale il sentirsi infelici a lavoro.

In generale, Zety ha rilevato “un mix di soddisfazione personale, stabilità finanziaria, innovazione, impatto sociale e apprendimento continuo. Al primo posto emerge la ricerca di un equilibrio tra lavoro e vita privata. Allo stesso tempo, l’ambizione per iniziare il proprio business riflette un desiderio di autonomia mentre, per esempio, la volontà di guadagnare sempre di più suggerisce una tendenza verso la stabilità finanziaria e la prosperità.”

Sono flessibili, l’85% di loro cambia impiego ogni due anni e il 75% di loro lo lascerebbe anche senza averne un altro. In questa nuova cultura del lavoro c’è un germe rivoluzionario.

Nel sottrarsi alle dinamiche più elementari del mercato – quelle che tratteggiano lavoro e salario sullo stesso piano cartesiano della domanda e dell’offerta – i giovani non stanno cambiando le carte in tavola ma, più radicalmente, stanno ribaltando il tavolo. E i datori di lavoro, presto o tardi, dovranno adattarsi.

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