Domenica 14 Luglio 2024
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Economia

H&M, in Svezia scoppia il caso dei ‘falsi’ vestiti da riciclare

Un’inchiesta giornalistica ha seguito il percorso dei vestiti dai riciclare lasciati negli store dell’azienda

Stoccolma (Svezia) 2 settembre 2023 – Sul loro sito web annunciano ‘Let’s close the loop’ (letteralmente, ‘chiudiamo il cerchio’). È dal 2013 che H&M, colosso svedese della moda a basso costo, sponsorizza il programma di economia circolare ‘Garment collecting’.

Vestiti usati
Vestiti usati

Il progetto – uno dei primi al mondo a focalizzarsi sulla sostenibilità, un tema che oggi è sulla bocca di tutti – prevede la presenza, in tutti i punti vendita del brand, di contenitori in cui i clienti possono depositare i capi che non usano più, in cambio di buoni sconto sugli acquisti successivi. I capi, secondo quanto si legge sul sito, possono intraprendere 3 strade:

  • la vendita nei mercati dell’usato, se in buone o ottime condizioni
  • la conversione in prodotti diversi, come stracci per la pulizia o altri capi di abbigliamento, creati con avanzi di stoffa
  • il riciclo, ovvero la riduzione in fibre tessili per l’uso nell’industria, ad esempio come materiali isolanti o fonoassorbenti. Un esempio, quello di H&M, imitato da molti altri brand del pronto moda

Ma siamo sicuri che sia efficace?

Le rivelazioni di un quotidiano svedese

Se l'è chiesto il giornalista Staffan Lindberg, del quotidiano svedese indipendente Aftonbladet: la scorsa primavera, il reporter ha condotto un’inchiesta per capire dove andrebbero, in realtà, i capi che affidiamo ai contenitori per il riciclo. In una giornata di gennaio, Lindberg ha depositato dieci capi nelle apposite scatole di raccolta disponibili negli store. I capi erano dotati di Airtags, una sorta di tracker che utilizza la tecnologia blue-tooth per monitorarli e rintracciarli. Il giornalista ha riportato che, qualche mese più tardi, buona parte di questi capi è finita dall’altra parte del mondo, in Africa o in Asia: qui, in teoria, dovevano essere rivenduti e riutilizzati, perché ancora in buone condizioni. Invece, scrive ancora il giornalista, gli stessi indumenti risulterebbero dispersi in mare o bruciati in discarica. Con buona pace dell’economia circolare, i capi avrebbero dato, secondo quanto da lui affermato, un ulteriore contributo a quel disastro ambientale di cui la moda (in particolare, il cosiddetto ‘fast fashion’) è già tristemente responsabile, dal momento che occupa i primi posti fra le industrie più inquinanti al mondo.

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Cosa sarebbe successo ai capi lasciati nei box

Secondo quanto si afferma nell’inchiesta, già da tempo l’Occidente invierebbe, ai Paesi in via di sviluppo di Asia e Africa, quantità notevoli di indumenti dismessi. Tuttavia, molti di questi capi non sono affatto adatti a essere indossati in quei luoghi, vuoi per ragioni culturali o religiose, vuoi per le notevoli differenze climatiche fra un Paese e l’altro. Mandare in Africa una felpa in pile ha poco senso, così come inviare a un Paese musulmano capi (da donna o da uomo) non conformi ai codici religiosi vigenti. Di conseguenza, gli indumenti inadatti verrebbero semplicemente gettati via, bruciati o abbandonati in discariche senza controllo, anche se in ottime condizioni. Per descrivere la situazione, i reporter svedesi hanno utilizzato queste parole: "Un sistema apparentemente incrollabile, che vede noi occidentali mandare enormi quantità di capi di abbigliamento di cui siamo stanchi ad alcuni fra i paesi più poveri della terra, che non hanno la possibilità di prendersi cura adeguatamente dei rifiuti”.

Solo una mossa di ‘greenwashing’?

Gli autori dell’inchiesta hanno specificato che H&M non sarebbe l’unico brand a mostrare delle falle nel monitoraggio della filiera di riciclo e riuso dei capi. Secondo l’organizzazione Changing Markets, sarebbero ben più numerose le catene del pronto moda non in grado di tenere traccia della destinazione seguita dai capi, sebbene si tratti di un’operazione alquanto semplice, come abbiamo visto. L’organizzazione, impegnata da anni in campagne internazionali per la sostenibilità, sostiene che buona parte dei programmi di raccolta e riciclo dei capi di abbigliamento sarebbe un’astuta mossa di marketing, con cui i clienti sono, da una parte, incoraggiati a lasciare i propri sacchetti nei contenitori, nella convinzione che si tratti di un gesto di attenzione al pianeta e, dall’altra, convinti ad acquistare ancora, con i buoni sconto rilasciati.

La risposta di H&M

In alcuni articoli, successivi al reportage pubblicato a giugno, lo stesso giornalista di Aftonbladet torna sull'argomento, riferendo di aver più volte contattato i vertici del colosso svedese del pronto moda per chiedere le ragioni del presunto mancato controllo sui capi raccolti nei negozi, nonché per concordare un’intervista. L’azienda ha scelto di rispondere con un commento scritto, nel quale Harsha Bammanahali, responsabile della catena di fornitura inversa del gruppo H&M, dichiara che il brand è fermamente contrario al fatto che i vestiti consegnati dai clienti finiscano per trasformarsi in rifiuti. Tuttavia, scrive la manager, "è necessario affrontare delle sfide complesse, legate ai processi di raccolta e riciclaggio di abbigliamento. D’altro canto, i ricercatori stanno studiando soluzioni sempre più avanzate nel riciclaggio dei tessuti, il che è molto positivo. Il gruppo H&M sta lavorando attivamente alla questione e investe già nella ricerca e sviluppo di tali soluzioni. Siamo pienamente favorevoli alle norme che l’Ue è in procinto di varare in merito al trattamento dei rifiuti e alla responsabilità del produttore per i manufatti tessili. Da tempo dialoghiamo con le istituzioni su questi temi, nell’ottica di ridurre drasticamente l’impatto ambientale dell’intero settore. Chiediamo, infine, ai nostri partner e fornitori di mettere in atto procedure solide per garantire che gli indumenti e i tessili raccolti siano trattati adeguatamente”.