di Elena Comelli Giganti del web e del software, ma nani per il fisco. Google, Amazon, Facebook, Microsoft e compagne, passate in rassegna come ogni anno dall’Area Studi di Mediobanca, hanno versato nel 2019 circa 70 milioni all’Agenzia delle entrate (nel mondo il totale ammonta a 46 miliardi di tasse eluse negli ultimi 5 anni), a fronte di un fatturato in Italia di oltre 3,3 miliardi e di oltre 11mila occupati, mille in più rispetto al 2018. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché resta da aggiungere il non tassato. Amazon in particolare ha 9 società italiane e 2 succursali delle proprie società lussemburghesi. Se si considera il fatturato totale generato in Italia da Amazon si arriva...

di Elena Comelli

Giganti del web e del software, ma nani per il fisco. Google, Amazon, Facebook, Microsoft e compagne, passate in rassegna come ogni anno dall’Area Studi di Mediobanca, hanno versato nel 2019 circa 70 milioni all’Agenzia delle entrate (nel mondo il totale ammonta a 46 miliardi di tasse eluse negli ultimi 5 anni), a fronte di un fatturato in Italia di oltre 3,3 miliardi e di oltre 11mila occupati, mille in più rispetto al 2018. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché resta da aggiungere il non tassato. Amazon in particolare ha 9 società italiane e 2 succursali delle proprie società lussemburghesi. Se si considera il fatturato totale generato in Italia da Amazon si arriva così a 4,5 miliardi, mentre con i soli bilanci disponibili (quelli delle 9 società italiane) Mediobanca ha potuto mappare un giro d’affari di appena 1,1 miliardi.

È lo stesso trucchetto che usano un po’ tutte le 25 società esaminate dal rapporto - di cui 14 sono americane, 6 cinesi tra cui Alibaba, 3 giapponesi tra cui Nintendo e solo due europee, le tedesche Sap e Otto - da sempre abilissime a parcheggiare (legalmente) i profitti nei Paesi dove le aliquote sono più convenienti. In complesso, gli utili aggregati dei 25 Big Tech hanno toccato nel 2019 i 146 miliardi, per un totale di 480 miliardi di profitti cumulati nel 2015-2019, incrementati a un tasso medio annuo del +24,1% (mentre le multinazionali manifatturiere sono ferme al +0,6%). In parallelo è aumentata la forza lavoro, arrivata a 2,2 milioni di persone in tutto il mondo alla fine dello scorso anno, facendo segnare un incremento di 1 milione di addetti rispetto al 2015, di cui +567mila dalla sola Amazon, diventata regina indiscussa del settore per numero di occupati: 798mila a fine 2019.

Se si guarda poi al valore di Borsa dei 25 Big del web e del software presi in esame da Mediobanca, è del 20,1% l’incremento medio annuo rispetto al 2015, che li ha portati a valere oltre otto volte l’intera Borsa italiana e quasi il triplo di quella tedesca. Il boom d’incassi non si è fermato nemmeno con l’esplodere del Covid-19: nei primi sei mesi del 2020 i Big Tech hanno messo a segno una crescita del fatturato del 17% rispetto allo stesso periodo del 2019, mentre la manifattura ha subito un calo dell’11%. L’eterno problema della corretta tassazione dei colossi digitali non è ovviamente solo una questione italiana. I tribunali in Francia, Germania e Gran Bretagna hanno provato a più riprese negli ultimi anni a imporre ai re del Nasdaq il rimborso degli arretrati, ottenendo scarsi successi.

La questione è oggi sul tavolo dell’Ocse, che sta esaminando una soluzione sovranazionale per convincere Facebook e compagne a pagare almeno parte delle imposte nei Paesi dove si generano fatturati e utili, eliminando le complesse triangolazioni che spostano la base imponibile nei paradisi a fiscalità ridotta. La partita, però, è tutt’altro che semplice, anche perché Trump è riuscito a riportare negli Usa gran parte di questo tesoretto, con una sanatoria che ha legalizzato le somme dovute al fisco americano pagando solo una tassa del 5,25%. E ora si è schierato in difesa dei colossi digitali, minacciando sanzioni a chi, come la Francia, ha approvato una sua web tax. L’ostruzionismo Usa impedirà quasi sicuramente di arrivare a una soluzione in casa Ocse tanto che Emmanuel Macron e Angela Merkel stanno spingendo per varare dal 2021 una tassa Made in Europe. Ma anche qui non sarà facile: Olanda, Irlanda e Lussemburgo sono pronti a mettersi di traverso.